Gimbe: “Coronavirus, correre ai ripari contro l’infodemia, fa più danni dell’epidemia”

Gimbe: “Coronavirus, correre ai ripari contro l’infodemia, fa più danni dell’epidemia”

Roma, 3 febbraio – Qual è il numero degli infetti dal nuovo coronavirus? Quanti i morti? Come e da chi si trasmette il virus? Quali sono le misure di prevenzione efficaci? Esiste una terapia? Quando arriverà il vaccino?

Sono solo alcune delle domande – echeggiate anche in tutte le farmacie aperte al pubblico del Paese – che i cittadini, frastornati dall’enorme frastuomo mediatico sollevato dal coronoavirus, ricercano spasmodicamente, molto spesso rivolgendosi alle persone sbagliate.  Sul web, in particolare, la diffusione incontrollata di fake news che tracimano attraverso quegli stessi social media che hanno fatto la fortuna di teorie demenziali e strampalate come il terrapiatismo (solo per citarne uno) finisce inevitabilmente amplificare la narrativa della paura, promuovere la voce dei fatalisti e alimentare le strumentalizzazioni politiche, innescando un circolo vizioso: più questo tipo di  narrativa si diffonde, maggiore è la richiesta di copertura mediatica e minore la competenza degli esperti coinvolti. Comprensibile, dunque, che l’Oms, per evitare che le paure individuali finiscano per trasformarsi in panico collettivo, abbia lanciato ieri l’allarme “infodemia”, mettendo in guardia dall’eccesso d’informazioni, non sempre accurate, che rende molto difficile alle persone reperire fonti affidabili quando ne hanno bisogno.

Sul punto ha deciso di intervenire la Fondazione Gimbe, all’indomani della conferma dei due casi di infezione registrati in Italia, che – spiega il preisdente Nino Cartabellotta (nella foto) – hanno scatenato tra i nostri connazionali “uno zapping compulsivo che assorbe informazioni dal web, dalle dichiarazioni spesso contraddittorie di esperti, dai titoli allarmistici di testate giornalistiche, dai social media, sino ai gruppi WhatsApp. E le informazioni false, imprecise e incomplete indeboliscono, sino ad oscurare, la già difficile comunicazione istituzionale“.

La Fondazione Gimbe, in accordo con la sua missione costitutiva, si è preoccupata di partire dalle evidenze scientifiche. Che, per quanto è dato sapere, attestano che il nuovo coronavirus, a fronte di una elevata contagiosità, ha una mortalità di poco superiore alla normale influenza, malattia che paradossalmente sembra non spaventare affatto, a giudicare dalla bassissima copertura della vaccinazione anti-influenzale in Italia, in particolare nelle fasce a rischio.

“È evidente” puntualizza Cartabellotta “che la distanza tra la minaccia reale e quella percepita genera due focolai diversi: il primo è quello del nuovo coronavirus, il secondo quello delle fake news, la cui velocità di diffusione è di gran lunga superiore“. L’infodemia, in altre parole, ha una velocità di propogazione infinitamente superiore a quella della pandemia.

Peraltro, spiega la Fondazone Gimbe,  le evidenze scientifiche sono ancora esigue: utilizzando la parola chiave “coronavirus”, a fronte di oltre 850 milioni di risultati restituiti da Google (il motore di ricerca più utilizzato), Pubmed (la principale banca dati biomedica) riporta al momento solo 148 pubblicazioni di cui meno della metà relative al nuovo coronavirus: articoli divulgativi, ricerche di base di esclusivo interesse dei ricercatori, pochi studi clinici che descrivono le caratteristiche di pazienti infetti nella zona di Whuan e segnalazioni, anche su casi singoli, delle modalità di trasmissione del virus.

L’abisso tra evidenze scientifiche e impatto mediatico dimostra che siamo di fronte al primo scenario di comunicazione sociale in cui un’epidemia convive con la potenza di Internet e la viralità dei social media” spiega Cartabellotta. “Nel novembre 2002, ad esempio, la Sars si muoveva in un mondo senza Facebook e Twitter e il sovraccarico di informazioni tramite il web era di gran lunga inferiore”. In questo senso Facebook, Google e Twitter si sono già mobilitate per mettere un freno alla disinformazione sul coronavirus (ammettendo dunque – cosa che normalmente si guardano bene dal fare e della quale men che meno sembrano preoccuparsi  – che attraverso di loro circolano quantità industriali di fake news).

“In queste circostanze le responsabilità dei media sono enormi” continua Cartabellotta. “Titoli sensazionalistici sfidano, oscurandoli, i toni pacati delle comunicazioni istituzionali e generano ulteriore paura con il rischio di compromettere le misure di prevenzione della salute pubblica. Infatti, il dilagare della falsa narrativa sul coronavirus erode la fiducia nelle istituzioni, minaccia la comprensione pubblica dei rischi reali e può generare un utilizzo improprio dei servizi sanitari con conseguenze imprevedibili”.

Stante la situazione, in un contesto di evidenze scientifiche ancora limitate e di un quadro epidemiologico in continua evoluzione,  il rischio di disinformazione elevatissimo, l’invito della Fondazione Gimbe è quello di a fidarsi solo dei dati e delle raccomandazioni istituzionali provenienti in Italia dal Ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità e , su scala internazionale,  dall’Organizzazione mondiale della sanità e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. “Purtroppo”  spiega Cartabellotta “la loro autorevolezza nel diffondere dati ed evidenze viene diluita “a dosi omeopatiche” nell’oceano di persone che comunicano in tempo reale con i loro smartphone“.

La Fondazione Gimbe si appella al ministro della Salute Roberto Speranza per mettere la comunicazione istituzionale al centro del piano di emergenza per il coronavirus, tramite interventi coordinati per potenziare la circolazione di notizie vere e arginare il più possibile quelle false, incerte e allarmistiche. Questi  le richieste di Gimbe:

  • Garantire l’aggiornamento costante delle informazioni sul sito del ministero della Salute, in particolare nella sezione delle Faq, diversificandole per operatori sanitari e cittadini e mantenendole perfettamente allineate con quelle dell’Istituto superiore di sanità.
  • Standardizzare le modalità per diffondere tali informazioni a Regioni, Asl e cittadini.
  • Istituire un bollettino ufficiale del ministero della Salute da diffondere quotidianamente su tutti i canali: web, social media, reti televisive e stampa.
  • Richiamare i giornalisti alla propria deontologia professionale al fine di evitare titoli sensazionalistici e ingiustificati e limitare la pubblicazione di notizie superflue, ma allarmanti.
  • Fare appello alla scienza e coscienza degli esperti che devono evitare da un lato di occultare evidenze in grado di tranquillizzare la popolazione, dall’altro arginare i proclami su scoperte scientifiche senza immediato beneficio per la comunità, ma soprattutto astenersi dalla comunicazione pubblica se non adeguatamente informati sul tema.
  • Invitare tutti al buon senso, per far circolare sui social media esclusivamente informazioni istituzionali, evitando di amplificare in maniera virale quelle francamente distorte o false.

In questo momento di paura e disorientamento” conclude Cartabellotta “la popolazione deve ricevere solo informazioni valide e aggiornate e il Paese deve fare squadra per evitare che il panico collettivo, faccia più danni del coronavirus. Oggi, infatti, il vero rischio è che persone con banali sintomi influenzali, terrorizzate da una ‘malattia killer’ mandino in tilt pronto soccorsi e ospedali, già messi a dura prova come ogni anno dall’influenza stagionale“.

 

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