“Battezzato” ufficialmente il nuovo coronavirus, si chiamerà Covid-19

“Battezzato” ufficialmente il nuovo coronavirus, si chiamerà Covid-19

Roma, 12 febbraio – Via il nome provvisorio, 2019-nCoV, con il quale era stato fin qui indicato: da ieri il coronavirus ormai da un mese al centro di una vera e propria emergenza sanitaria internazionale ha un nome ufficiale: Covid-19, dove ‘Co’ sta per corona, ‘vi’ per virus, ‘d’ per desease (malattia) e 19 ovviamente per l’anno di individuazione.

“Avere un nome è importante per evitare l’uso di altri nomi che possano essere imprecisi o stigmatizzanti e ci consente un formato standard da usare per qualsiasi futura epidemia di coronavirus” ha spiegato ieri Tedros Adhanom Ghebreyesus (nella foto), direttore generale dell’Oms, nel corso di una conferenza stampa a Ginevra.

Con l’intento di evitare il rischio che possa essere stigmatizzato un Paese o un gruppo particolare, è stato dunque scelto un nome che non si riferisse a una posizione geografica, agli animali, a un individuo o a un gruppo di persone. E ciò anche perché, oltre al già ricordato nome provvisorio 2019-nCoV, il nuovo coronovirus veniva anche indicato (in particolare sui social media)  come “virus di Wuhan” o “virus della Cina”.

Una volta che i nomi sono di uso comune, soprattutto attraverso Internet e i social media, sono difficili da cambiare, hanno osservato gli esperti dell’Oms. Per esempio, la “influenza suina” e la “Sindrome respiratoria del Medio Oriente” (Mers) hanno avuto un impatto negativo non voluto, stigmatizzando alcuni alimenti, comunità o settori economici.

Da qui la decisione del “battesimo ufficiale” di Covid-19, che consentirà anche  – essendoci vari coronavirus –  di far fronte alla sempre possibile necessità di denominare un altro eventuale ceppo che dovesse apparire, che all’occorrenza potrebbe essere definito in base all’anno in cui appare.

Sul versante delle strategie di contrasto alla diffusione di Covid-19, nella riunione di ieri della task force del ministero della Salute, alla presenza del ministro Roberto Speranza, è stato chiarito che lo studio tedesco sulla permanenza del microrganismo sulle superfici non è riferito al nuovo coronavirus, ma è stato realizzato testando altri virus. Allo stesso tempo sono state prese in considerazione le recenti evidenze fornite dallo European Centre for Disease Prevention and Control sui tempi di incubazione che delimitano il periodo tra 2 e 12 giorni, lasciando i 14 giorni come limite massimo di precauzione.

Lo stesso Speranza, nel corso della sua audizione davanti al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, ha affermato la necessità di “un coordinamento più forte dei Paesi dell’Unione europea” nel contrasto a Covid-19. “Davanti al rischio per la salute” ha detto il ministro della salute “l’Europa deve essere unita”.

Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie infettive dell’Iss, impegnato nel meeting Oms in corso a Ginevra dedicato proprio allo sviluppo rapido di terapie, vaccini e test diagnostici per affrontare l’epidemia in corso, ha invece fatto chiarezza sulla possibilità di disporre in tempi brevi di un vaccino efficace contro Covid-19. “È possibile che entro due o tre mesi si abbiano dei candidati vaccini per il nuovo coronavirus pronti per i primi test sull’uomo, ma difficilmente prima di un anno potranno essere impiegati sul campo” ha affermato Rezza, spiegando il complesso processo necessaro per mettere a punto un efficace rimedio immunologico.

“Meno di un anno è molto improbabile, ci sono dei passaggi necessari per garantire la sicurezza del vaccino, oltre che la sua efficacia”  ha spiegato Rezza. “Una volta superati i test sugli animali si passa alla fase 1, che serve a verificare, in genere su pochi soggetti sani, che il vaccino non dia effetti collaterali gravi. Poi c’è la fase 2, che valuta la risposta immunitaria, e infine la fase 3 che è quella che determina l’efficacia”.

“In casi di emergenza” ha detto ancora Rezza “le agenzie regolatorie potrebbero ‘accontentarsi’ della fase 2 prima di autorizzare l’uso, ma comunque ci sono dei tempi minimi da rispettare. Anche nel caso del vaccino per Ebola, che è stato messo a punto a tempo di record, ci è voluto comunque un anno. Bisognerà anche valutare l’andamento dell’epidemia, per valutare il rapporto costi-benefici di uno sviluppo accelerato”.

Al momento sono diversi i gruppi di ricercatori che, in tutto il mondo, stanno lavorando a un vaccino contro il nuovo coronavirus. “Allo studio ci sono sia l’utilizzo di virus vettori animali non replicanti, oppure vaccini a Rna e la reverse vaccinology” informa Rezza. “Negli Usa l’Nih sta lavorando su diverse piattaforme, e sono molto avanti. Ci sono anche ricercatori russi in campo, e naturalmente anche quelli cinesi. Anche l’Italia sta facendo la sua parte, a Pomezia, grazie ad un accordo tra Advent IRBM e Oxford university. In questo caso si utilizza un virus vettore,  un adenovirus di scimmia già utilizzato per un vaccino anti Ebola”.

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