La “vecchia” fenformina può bloccare il cancro al cervello nei bambini

La “vecchia” fenformina può bloccare il cancro al cervello nei bambini

Roma, 13 febbraio – La fenformina,  farmaco utilizzato in passato come antidiabetico insieme alla più nota metformina, avrebbe la capacità di bloccare lo stato di avanzamento del medulloblastoma, il tumore maligno del cervello più comune in età pediatrica,  “caricando” le cellule malate. È quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università Sapienza di Roma, dell’Istituto Pasteur Italia e dell’Istituto italiano di Tecnologia (Iit), coordinati da Gianluca Canettieri. I risultati dello studio (sostenuto da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, dall’Istituto Pasteur Italia – Fondazione Cenci Bolognetti e dallo stesso Iit) sono stati pubblicati lo scorso 11 febbraio in un articolo sulla rivista Cell Reports,.

Provocato da mutazioni del Dna, il medulloblastoma si forma nel cervelletto, l’area del sistema nervoso situata alla base del cervello e deputata al controllo dell’equilibrio e della coordinazione dei movimenti.

La sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è di poco superiore al 60 per cento e finora non sono state identificate strategie efficaci per la prevenzione. Ora i ricercatori italiani propongono l’utilizzo della fenformina. Finora l’azione terapeutica di questo farmaco è stata poco chiara alla comunità medico-scientifica. Il lavoro del gruppo romano ha svelato il meccanismo biochimico alla base dell’azione della fenformina. La molecola agisce infatti su una sorta di interruttore cellulare denominato mGPD, presente nei mitocondri, attivando un’alterazione dello stato di carica elettrica interno alla cellula tumorale. Questa alterazione elettrica, a differenza di quanto accade nelle cellule sane, determina una inibizione della crescita tumorale.

Questo significa che la fenformina agisce come una sorta di batteria al contrario: “carica” le cellule tumorali, ma per spegnerle. Finora era opinione comune, nella comunità scientifica, che questo farmaco agisse “soffocando” e “affamando” il tumore, ovvero agendo sui meccanismi della respirazione cellulare. Per la prima volta si dimostra invece che il meccanismo più verosimile sembra essere un altro, quello appunto di una “batteria al contrario”. “Ciò che avviene nella cellula trattata con la fenformina è un processo di ossidoriduzione, ovvero un fenomeno simile a ciò che accade quando ricarichiamo le pile con il carica-batterie: aumentiamo la presenza di cariche elettriche dentro la cellula” spiega Gianluca Canettieri, ricercatore della Sapienza e coordinatore dello studio. “Ma le cellule tumorali hanno delle pile che, una volta ricaricate, avviano un processo che le porta a rallentare la crescita. Inoltre, pur avendo effettuato i nostri studi sul medulloblastoma, riteniamo che questo meccanismo di ricarica-spegnimento sia efficace anche per altri tumori, come mostrano alcuni nostri dati recenti” conclude il ricercatore.

“Queste osservazioni ci spingono a focalizzare i nostri studi futuri nella messa a punto di nuove strategie antitumorali basate sull’uso di farmaci o, addirittura, di specifici alimenti in grado di aumentare lo stato ossidoriduttivo cellulare, ricaricando le batterie antitumorali”  aggiunge Laura Di Magno, giovane ricercatrice del Centro Iit di Roma, prima autrice del lavoro. “Inoltre, se futuri studi clinici valideranno le osservazioni pre-cliniche, la fenformina stessa potrebbe rappresentare una nuova arma efficace contro alcuni tumori, tra cui quelli cerebrali”.

Si ipotizza dunque l’esistenza di cibi e integratori che siano in grado di aumentare lo stato di ossidoriduzione delle cellule, ma al momento si tratta solo di un’ipotesi in fase di approfondimento. Prosegue quindi il lavoro di ricerca del gruppo, a cui potrebbe seguire l’applicazione clinica. Fino a questo momento lo studio dell’evoluzione del tumore è stato condotto in cellule e animali di laboratorio, offrendo una prospettiva anche per l’applicazione negli esseri umani.

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