Studio USA, sospendere i rimborsi delle cure a basso valore per la sostenibilità del sistema

Studio USA, sospendere i rimborsi delle cure a basso valore per la sostenibilità del sistema

Roma, 27 febbraio – Il problema è noto e la denuncia ricorrente. Nel nostro Paese, ad esempio, è uno dei mantra di Silvio Garattini: le spese per la salute sono a forte rischio di insostenibilità non solo per la nota asimmettria tra l’impossibilità di aumentare gli investimenti in sanità  e la progressione geometrica della spesa (spinta in particolare dalle dinamiche demografiche e dai correlati fenomeni della cronicità e della multimorbilità), ma anche a causa della quantità di risorse che vanno sprecate in cure di non comprovata efficacia.

L’ultimo warning in questo senso arriva da un editoriale pubblicato su Jama Internal Medicine da Sankel S. Dhruva e Rita F. Redberg (nella foto), della San Francisco School of Medicine dell’Università di California (la Redberg è anche direttore della prestigiosa testata medica), nel quale si legge testualmente che “gli sprechi nel sistema sanitario degli Stati Uniti dovuti all’overtreatment o a cure di non provata efficacia sono stimati tra 75,7 e 101,2 miliardi di dollari”.

La cifra, per quanto iperbolica, è con ogni probabilità solo una piccolissima parte della maggiore spesa effettiva prodotta dalle low-value care (cure di basso valore), perché gli sperperi generano a loro volta altri costi non necessari.  Basti pensare agli esami superflui, che a loro volta innescano una spirale di altre prestazioni diagnostiche e terapeutiche inutili. Il risultato? Aumentano i costi, cresce l’ansia degli utenti dei servizi sanitari, si perde un’infinità di tempo e crescono i rischi per i pazienti.

La soluzione per uscire da questo circuito perverso, per Dhruva e Redberg (che commentano uno studio che esce sullo stesso numero della rivista che ospita il loro editoriale) è una strategia estremamente pragmatica per ridurre  sovradiagnosi e overtreatment: sospendere il rimborso delle prestazioni non basate su prove.

“Il maggiore ricorso all’interruzione del rimborso di prestazioni sia da parte delle istituzioni pubbliche, sia da parte delle assicurazioni ha un grande potenziale per ridurre l’uso di test e trattamenti inutili negli Stati Uniti” sostengono Dhruva e Redber. “La non-copertura di cure di basso valore è necessaria per garantire un’attenta gestione delle risorse sanitarie limitate e per essere sicuri che i pazienti non ricevano prestazioni che non siano basate sull’evidenza per le quali i danni probabilmente superano i benefici”.

La questione, ovviamente, non riguarda solo l’altra sponda dell’Atlantico e – per quanto con tutte le dovute attenzioni e cautele – dovrà essere affrontata anche alle nostre latitudini. Il problema è se si avra il coraggio di farlo: è già molto difficile negli USA, per le inevitabili resistenze delle lobby che difendono con le unghie e con i denti i loro mercati (dall’omeopatia all’osteopatia, passando per l’adroterapia, la cui efficacia in oncologia è stata recentemente messa in discussione da una revisione sistematica anglo-italiana), niente fa ritenere che qui sarà più semplice, anzi.

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