Gimbe: “Covid-19, priorità assoluta ai tamponi per gli operatori sanitari”

Gimbe: “Covid-19, priorità assoluta ai tamponi per gli operatori sanitari”

Roma, 25 marzo – Nella contabilità da bollettino di guerra di Covid-19 ci sono anche (e il dato è drammatico) 4.824 professionisti sanitari che hanno contratto l’infezione da coronavirus, pari al 9% del totale delle persone contagiate, una percentuale più che doppia rispetto a quella (3,8%) della coorte cinese dello studio pubblicato su Jama un mese fa. Il dato è fornito dall’Istituto superiore di sanità e quasi certamente, se si considera la mancata esecuzione dei tamponi a tutti i professionisti e gli operatori sanitari, è ampiamente sottostimato.

“Un mese dopo il caso 1 di Codogno”  afferma al riguardo  Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe (nella foto) “i numeri dimostrano che abbiamo pagato molto caro il prezzo dell’impreparazione organizzativa e gestionale all’emergenza: dall’assenza di raccomandazioni nazionali a protocolli locali assenti o improvvisati; dalle difficoltà di approvvigionamento dei Dpi, i dispositivi di protezione individuale, alla mancata esecuzione sistematica dei tamponi agli operatori sanitari; dalla mancata formazione dei professionisti sanitari all’informazione alla popolazione»”. Tutte queste attività, inclusa la predisposizione dei piani regionali, erano previste dal “Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale” predisposto dopo l’influenza aviaria del 2003 dal Ministero della Salute e aggiornato al 10 febbraio 2006. “È inspiegabile”  osserva il presidente di Gimbe “che tale piano non sia stato ripreso e aggiornato dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, lo scorso 31 gennaio”.

“Inoltre la mancanza di policy regionali univoche sull’esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari, conseguente anche al timore di indebolire gli organici ”  spiega ancora Cartabellotta “si è trasformata in un boomerang letale. Infatti, gli operatori sanitari infetti sono stati purtroppo i grandi e inconsapevoli protagonisti della diffusione del contagio in ospedali, residenze assistenziali e domicilio di pazienti“.

Ed è proprio su questa evidenza che la Fondazione Gimbe innesta il suo invito a  tutte le Regioni, sull’esempio di quanto già deliberato in Emilia Romagna e Calabria, a mettere in priorità assoluta l’esecuzione di tamponi a tutti gli operatori sanitari, sia in ospedale sia sul territorio, con particolare attenzione ai professionisti coinvolti nell’assistenza domiciliare e nelle residenze assistenziali assistite, oltre che in case di riposo.

Riguardo l’elaborazione dei protocolli regionali e locali di protezione degli operatori sanitari, l’Iss ha pubblicato il 14 marzo la seconda versione delle “Indicazioni ad interim per un utilizzo razionale delle protezioni per infezione da Sars-CoOV-2 nelle attività sanitarie e sociosanitarie (assistenza a soggetti affetti da Covid-19) nell’attuale scenario emergenziale Sars-CoV-2” che riprendono quasi interamente le raccomandazioni pubblicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il 27 febbraio 2020, senza tenere conto delle più recenti raccomandazioni dell’European centre for diseases prevention and control e dei Centers for disease control and prevention.

L’analisi Gimbe del documento originale dell’Oms identifica una distorsione di fondo: le raccomandazioni si basano sul presupposto che le scorte mondiali di DpiI, in particolare mascherine e respiratori medici, sono insufficienti per fronteggiare l’emergenza pandemica di Covid-19. Al contrario, le linee guida dovrebbero essere basate sulle migliori evidenze scientifiche, lasciando poi ai singoli paesi, la possibilità di definire le priorità in relazione a necessità, disponibilità ed eventuali difficoltà di approvvigionamento.

“Le raccomandazioni nazionali”  sottolinea Claudio Beltramello, medico igienista, componente della faculty Gimbe, già collaboratore del Dipartimento Prevenzione e controllo delle Malattie infettive dell’Oms “devono indicare gli interventi più efficaci per prevenire l’infezione del personale sanitario. Se esistono difficoltà locali ad attuarle per carenza di Dpi, in particolare mascherine chirurgiche e Ffp2, è un altro problema. Raccomandare l’utilizzo appropriato dei Dpi è fondamentale per garantirli; se invece viene legittimato che in vari scenari a rischio i Dpi non servono, sarà meno probabile predisporre un adeguato piano di approvvigionamento“.

“Non è accettabile dal punto di vista scientifico ed etico”  ribadisce Cartabellotta  “tarare al ribasso le raccomandazioni nazionali e, a cascata, i protocolli regionali e locali per proteggere gli operatori sanitari, visto che le conseguenze non ricadono solo sulla salute dei professionisti, ma soprattutto su quella dei pazienti, oltre che sulla tenuta del servizio sanitario”.

Peraltro il documento dell’Iss contiene raccomandazioni inapplicabili in ambito ospedaliero e/o insufficienti a garantire la massima protezione degli operatori sanitari, che la Fondazione Gimbe invita pertanto a rettificare ed integrare. “Le evidenze scientifiche dimostrano che in setting assistenziali le mascherine chirurgiche non proteggono adeguatamente professionisti e operatori sanitari”  sottolinea al riguardo Beltramello. “Infatti, sin dall’inizio dell’epidemia istituzioni ed esperti indipendenti ribadiscono che la mascherina chirurgica non conferisce sufficiente protezione ai soggetti sani che vengono a contatto con un soggetto infetto”.

«Confidiamo – conclude Cartabellotta – che l’Istituto Superiore di Sanità proceda ad una revisione del documento per garantire la massima protezione di professionisti e operatori sanitari, che tutte le Regioni dispongano di effettuare i tamponi a tutti gli operatori in prima linea contro l’emergenza e che la fornitura di mascherine per medici, operatori sanitari e pazienti – annunciata ieri da Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza coronavirus – sia adeguata secondo quanto previsto dalle le migliori evidenze scientifiche».

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