Dossier del Senato sull’Onu e la storia delle pandemie, dalla spagnola del 1918-19 a Covid-19

Dossier del Senato sull’Onu e la storia delle pandemie, dalla spagnola del 1918-19 a Covid-19

Roma, 3 aprile – Tutti i riflettori oggi – e non potrebbe essere altrimenti – sono puntati sull’epidemia di Covid-19, che sta duramente colpendo molti Paesi nel mondo, primo tra tutti (purtroppo) il nostro. Ma questa, come è noto, è “solo” l’ultima  pandemia di rilievo mondiale dell’ultimo secolo,  nel corso del quale – a partire dall’influenza “spagnola” che si diffuse tra il 1918 e il 1919, causando secondo le stime ufficiali circa 50 milioni di morti in tutto il mondo (675 mila solo negli Stati Uniti) – di malattie infettive di impatto pandemico se ne sono succedute molte.

A ricordarle è un utile dossier predisposto dal Servizio affari internazionali del Senato dal titolo L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e la pandemia da nuovo coronavirus Sars-CoV-2. appena reso disponibile sul sito di Palazzo Madama. Il documento ha appunto per oggetto l’Oms,  quella sorta di Onu della salute in prima linea sul fronte del contrasto alla diffusione di Covid-19,  quotidianamente presente nei titoli di ogni telegiornale ma misconosciuta a gran parte dell’opinione pubblica, che non ne conosce appieno  le funzioni, né l’organizzazione, né le modalità di governo e di funzionamento operativo. Il dossier del Servizio affari internazionali ha appunto il merito di ricordare sinteticamente ma con molta chiarezza cosa sia e cosa faccia questo organismo internazionale cui compete l’indirizzo e il coordinamento in materia di salute all’interno del sistema delle Nazioni Unite, al quale il nostro Paese aderisce fin dal lontano 11 aprile 1947.

Già questa sorta di utile “ripasso” basta e avanza per dedicare al dossier l’attenzione che merita. Ma altrettanto interessante e apprezzabile del quale è anche il breve excursus dedicato alla storia delle pandemie nel cosiddetto “secolo corto” e in questi primi due decenni del terzo millennio. Una interessante rinfrescata di memoria, impreziosita da molti pertinenti e utili collegamenti ipertestuali a materiali dell’Istituto superiore di sanità e della stessa Oms, che ci ricorda come non sia davvero necessario scomodare la peste del 1630 quando si vuole cercare un parallelo di forte impatto con l’epidemia di Covid che sta colpendo in questi giorni molti Paesi del mondo.  L’ultima dichiarazione di pandemia da parte dell’Oms – quella relativa all’influenza H1N1 – risale infatti al 2009, ovvero  poco più di 10 anni fa. Quella del coronavirus SarsCoV2 è dunque la seconda pandemia in un mondo globalizzato e nella quale il virus si è spostato rapidamente da un continente all’altro a bordo degli aerei, proprio come aveva fatto il virus dell’influenza H1N1.

Secondo la definizione dell’Oms, una pandemia è la diffusione in tutto il mondo di una nuova malattia e generalmente indica il coinvolgimento di almeno due continenti, con una sostenuta trasmissione da uomo a uomo. La gravità di una malattia non è il parametro decisivo perché venga dichiarata una pandemia, che riguarda invece l’efficacia con la quale una malattia si diffonde. Gran parte delle pandemie (e in particolare quelle influenzali) sono spesso nate da popolazioni di animali colpiti da malattie che hanno poi infettato l’uomo con agenti che, con mutazioni successive, sono in grado di essere trasmessi da uomo a uomo.

Tra le pandemie più note che hanno raggiunto anche l’Europa, va ricordata l’influenza ‘spagnola’, cui si è già fatto cenno, che si diffuse tra il 1918 e il 1919, causando circa 50 milioni di morti in tutto il mondo (675 mila solo negli Stati Uniti) secondo le stime ufficiali.

Una quarantina d’anni più tardi fu la volta della pandemia di Asiatica del 1957, che uccise 1,1 milioni di persone, e quindi, dieci anni dopo circa, della Hong Kong del 1968, che uccise un milione di persone.

L’influenza aviaria, causata da virus H5N1, si manifestò nell’uomo per la prima volta nel 1997 a Hong Kong, diffondendosi in maniera imponente nel 2003 in molti Paesi asiatici. Da allora si sono registrati circa 250 casi mortali nell’uomo, dovuti a trasmissione mediante contatto diretto con le carni di animali malati o con le loro deiezioni. A partire da metà aprile 2009, diversi Paesi (a cominciare dal Messico) hanno riportato casi di infezione nell’uomo da un nuovo virus influenzale di tipo A/H1N1 (noto come “influenza suina”), poi denominato A(H1N1)pdm09, una combinazione di virus influenzali suini, aviari e umani che si diffonde facilmente da persona a persona. Sulla base delle procedure stabilite dal Regolamento sanitario internazionale, il 25 aprile 2009 l’allora direttore generale dell’Oms Margaret Chan  dichiarò questo evento una “emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale”. L’11 giugno 2009, l’Oms dichiarò ufficialmente l’esistenza di uno stato di pandemia da nuovo virus influenzale. Il 10 agosto 2010 il direttore generale della Organizzazione mondiale della sanità dichiarò la fine della fase dell’allerta pandemica e l’ingresso nella fase post-pandemica.

Nel novembre 2002 si manifestò per la prima volta in Cina la Sars (Severe atypical respiratory syndrome, sindrome respiratoria atipica acuta), poi dichiarata dall’Oms una “minaccia per la salute del mondo”, dichiarazione cui seguì un piano di risposta globale, insieme alle linee guida per il controllo dell’infezione negli ospedali. Non si  arrivò in questo caso alla dichiarazione di pandemia. Si tratta di una forma atipica di polmonite originata da un agente patogeno denominato Sars-CoV, appartenente alla famiglia dei coronavirus. Il virus della Sars fu identificato clinicamente in Vietnam nel marzo 2003 dal medico italiano Carlo Urbani, esperto in malattie infettive e consulente dell’Oms, contagiato dall’infezione e deceduto a Hanoi nello stesso anno. Nel corso dei successivi sei mesi si registrarono oltre 8000 casi in 32 paesi con più di 900 decessi. Il 5 luglio 2003 l’Organizzazione mondiale della sanità dichiarò che l’epidemia di SarsS poteva considerarsi contenuta in ogni parte del mondo.

Il dossier segnala, infine, la violenta epidemia da virus Ebola (Evd), documentata in Africa occidentale nel dicembre 2013. I primi casi segnalati si verificarono nella Guinea sud-orientale, vicino al confine con la Liberia e la Sierra Leone. L’8 agosto 2014, il direttore generale dell’Oms dichiarò l’epidemia da malattia da virus Ebola (Evd) un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. Il permanere dello stato di emergenza fu confermato a più riprese fino al 29 marzo 2016. In tale data venne constatato che l’epidemia di Evd) non costituiva più un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale e che tutti i Paesi maggiormente colpiti dall’epidemia (Guinea, Liberia e Sierra Leone) avevano interrotto la catena originaria di trasmissione del virus e che il rischio di diffusione internazionale pertanto rimaneva basso.

Si è trattato della più grande epidemia da virus Ebola – virus scoperto nel 1976 – sia per numero di focolai che per numero di casi e decessi segnalati: un totale di 28.652 casi confermati, probabili e sospetti, con 11.325 decessi in dieci Paesi (Liberia, Guinea, Sierra Leone, Mali, Nigeria, Senegal, Spagna, Regno Unito, Italia e Stati Uniti d’America). A maggio 2018 ebbe inizio la decima epidemia di malattia da virus Ebola documentata nella Repubblica democratica del Congo (RdC). Dall’11 maggio 2018 al 16 luglio 2019, il ministero della Salute della RdC ha notificato 2522 casi di Evd, tra cui 2428 casi confermati nelle provincie di North Kivu e Ituri. Centotrentasei casi si sono verificati in operatori sanitari, di cui 41 sono deceduti. Casi provenienti dalla Rdc sono stati notificati in Uganda e in una zona sanitaria del RdC confinante con Uganda e Sud Sudan (giugno 2019). L’estate scorsa, e precisamente il 17 luglio 2019, il direttore generale dell’Oms ha nuovamente dichiarato questa epidemia una emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.

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