Confezioni di mascherine in altre lingue Ue, ordinanza apre a commercializzazione

Confezioni di mascherine in altre lingue Ue, ordinanza apre a commercializzazione

Roma, 30 aprile – “Ai soli fini dell’importazione di mascherine chirurgiche e facciali filtranti Ffp2 e Ffp3 non costituisce impedimento al rilascio del nulla osta sanitario da parte dell’Usmaf né all’immissione in commercio, la circostanza che l’etichetta sia scritta in una delle lingue dell’Unione europea diversa rispetto alla lingua italiana”.

È quanto si legge nell’art. 1 dell’ordinanza con la quale, “tenuto conto della necessità per la durata dell’emergenza Covid-19 di semplificare e razionalizzare l’acquisizione di dispositivi medici di importazione, in deroga a procedure amministrative e in particolari casi anche a procedure di valutazione della conformità”, viene finalmente  dato il via libera all’importazione e commercializzazione nel nostro Paese di mascherine chirurgiche con etichetta in una delle lingue dell’Unione europea.

Il provvedimento, datato 26 aprile, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 109 del 28 aprile e rappresenta l’indispensabile precondizione per mettere fine alla lunga serie di sequestri effettuati dai Carabinieri dei Nas in farmacie e  magazzini di distributori farmaceutici di tutto il territorio nazionale di mascherine prive di indicazioni in italiano, anche nell’ultima settimana, come riferito da RIFday del 23 aprile e del  28 aprile.

L’ordinanza dovrebbe dunque intervenire a raffreddare, almeno in parte, un fronte che rimane comunque molto caldo: la scarna nota che Fofi, Federfarma e Assofarm hanno diramato ieri per dare conto dell’incontro dei presidenti delle tre sigle con il commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri (ne parliamo qui) ha sortito effetti solo in parte sufficienti a tranquillizzare i farmacisti, a causa dell’assenza di ulteriori chiarimenti su come sarà gestita l’ordinanza n. 11 che fissa il prezzo fisso delle mascherine chirurgiche a 50 centesimi di euro.  Ha deluso, in particolare, la mancanza di riferimenti più precisi in ordine all’annunciato “ristoro” alle farmacie per compensare le perdite che deriverebbero dalla vendita a 0,50 euro di prodotti acquistati in precedenza (in moltissimi casi in ingenti quantitativi) a condizioni di prezzo ben superiori al tetto fissato dal commissario.

L’incontro tra le sigle delle farmacie e Arcuri, per quanto si legge nella nota ufficiale che ne dà conto, avrebbe consentito di delineare la possibilità di siglare, nel giro di pochi giorni, un accordo per garantire la fornitura a farmacie e parafarmacie della mascherine chirurgiche necessarie alla tutela della popolazione. Arcuri avrebbe anche assunto l’impegno di distribuire dispositivi di protezione destinati ai farmacisti operanti nelle farmacie e nelle parafarmacie. Si spera di ottenere presto ulteriori e più dettagliate informazioni al riguardo.

Va però segnalato che, se la strategia del governo (come sembra) è quella di far sì che l’obbligo di indossare le mascherine (e quindi la possibilità di reperirle sul mercato con estrema facilità e a prezzo accessibile) sia un caposaldo irrinunciabile per affrontare in condizioni di relativa sicurezza la fase 2, la strategia rischia fin da subito di perdere qualche pezzo per strada. È di ieri l’annuncio del Gruppo Crai (al quale fanno capo insegne distributive ben presenti sul territorio nazionale con i loro supermarket e i loro store: Crai, Pellicano, Caddy’s, IperSoap, Pilato, Proshop, Risparmio Casa, Saponi e Profumi, Shuki e Smoll)  di rinunciare alla vendita delle mascherine chirurgiche nei negozi del gruppo,  a causa del prezzo massimo imposto di 50 centesimi. “Siamo nell’impossibilità” scrive Crai in una nota “di vendere le mascherine a un prezzo inferiore al loro costo di acquisto. Confidiamo che il governo voglia risolvere al più presto tale situazione in modo da consentirci di riprendere la vendita delle mascherine in questione“.

 

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