Federfarma Lombardia a sindacato nazionale: “Accordo con Arcuri, punti oscuri da chiarire”

Federfarma Lombardia a sindacato nazionale: “Accordo con Arcuri, punti oscuri da chiarire”

Roma, 6 maggio – L’ha già detto qualcuno, ma ripeterlo non guasta: le misure varate in materia di mascherine protettive sembrano il prodotto del famigerato UCAS, l’Ufficio complicazione affari semplici, per di più con gli organici ridotti per ferie e malattie e i dipendenti in servizio un po’ alticci perché appena reduci dalla festa di commiato di un collega pensionando. Resa l’idea (e con essa il comprensibile stato di umore di chi, come i farmacisti, con quelle regole deve farci i conti tutti i giorni), non meraviglia davvero constatare, scorrendo il web, come nella comunità dei farmacisti italiani il grado di popolarità di Domenico Arcuri, commissario straordinario all’emergenza Covid, sia ormai vicino a quello di Papa Francesco: lo conoscono tutti. C’è però una differenza sostanziale: la popolarità del Pontefice è accompagnata dal generale apprezzamento, mentre l’indice di gradimento di Arcuri è inferiore a quello di certe tribune politiche degli anni ’70 e appena un filo più alto di una spina di carciofo sotto un’unghia.

In questo helzapoppin che drammaticamente non fa ridere (e i cui risvolti e retroscena, al netto di ogni ubbia complottista, sono ancora tutti da scoprire: certe notizie di cronaca su operazioni commerciali, controlli doganali, sequestri e certificazioni di conformità che – come nel gioco delle tre carte – ci sono ma non ci sono, sono comunque inquietanti), è del tutto comprensibile che qualcuno  si arrabatti per cercare di fare un po’ d’ordine,  come hanno fatto ad esempio con meritoria sollecitudine nei giorni scorsi Federfarma, Assofarm e Farmaciunite, diramando subito (a beneficio dei loro associati) circolari per illustrare contenuti, effetti e step dell’accordo stipulato con il commissario straordinario dopo il varo dell’ordinanza n. 11, quella che ha fissato il prezzo di alcune tipologie di mascherine chirurgiche a 0,61 centesimi (,050+Iva).

Vi è chi ritiene, però,  che non sono sufficientemente chiare nemmeno quelle spiegazioni. È il caso, ad esempio, di Federfarma Lombardia, convinta che alcuni passaggi della circolare Federfarma  del 1° maggio richiedano ulteriori chiarimenti, senza i quali sarebbe quanto meno problematico applicare correttamente in farmacia le disposizioni previste dal protocollo d’intesa su prezzo e procedure di ristoro delle mascherine. Al riguardo, il sindacato dei titolari lombardi nella giornata di ieri ha messo nero su bianco una richiesta di spiegazioni, firmata dal segretario regionale Luigi Zocchi (nella foto),  inviandola a Federfarma nazionale.

Due, come riferisce la newsletter di riferimento dell’Unione dei titolari della Lombardia F-Press, le questioni non del tutto chiare. La prima, è la questione dei modelli di mascherine sui quali andrebbe applicato il prezzo amministrato di 0,61 euro (e per il quale le farmacie verrebbero poi “ristorate”). Federfarma nazionale, nella sua circolare, allarga le disposizioni dell’ordinanza (riguardanti in origine soltanto le en 14683) a “tutte le mascherine chirurgiche che hanno codice en 149:2001+A1:2009″ (sigla che peraltro, annota F-Press,  nel protocollo d’intesa non compare) ed esclude “i dispositivi di protezione individuale (dpi), quali Ffp2 e Ffp3”.

Il sindacato lombardo, al riguardo, esprime le sue perplessità, osservando che è vero che al punto “b” delle premesse il protocollo parifica alle en 14683 tutti i prodotti monouso aventi “analoghe capacità protettive”, lecitamente presenti in commercio e destinati alla vendita sul territorio. Appare quindi evidente – riporta F-Press – che tale disposizione si riferisca alle sole maschere dalle caratteristiche compatibili con il documento uni en 14863 (tipo I, II e IIR): “Sono sicuramente tali” ragiona Federfarma Lombardia “i prodotti importati in deroga che hanno ottenuto parere favorevole dall’Istituto superiore di sanità a seguito di autocertificazione“, come previsto dall’art. 15, comma 2, del decreto legge 18/2020. “Non lo sono di sicuro” prosegue la lettera firmata da Zocchi “i prodotti che ricadono sotto l’articolo 16 dello stesso decreto” e “non lo sono nemmeno i dpi identificati dal ministero della Salute sul proprio sito come facciali filtranti rispondenti alla norma en149:2001+A1:2009“, ossia il modello ammesso dalla circolare della Federazione nazionale.

L’altro punto ambiguo, per Federfarma Lombardia, è il paragrafo che passa in rassegna i documenti da presentare per ottenere il rimborso della differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Nel caso di mascherine provenienti da Paesi extra-Ue, il sindacato nazionale consiglia di conservare l’autocertificazione del produttore (o dell’importatore o ancora di colui che le ha immesse in commercio) e la validazione prodotta dall’Istituto superiore di sanità. Quest’ultimo, però, ha il compito di validare soltanto le mascherine tipo en 14863, perché le en149:2001+A1:2009 sono invece validate dall’Inail (ai sensi del già richiamato art. 15, commi 2 e 3, del decreto legge 18/2020). In altri termini, sintetizza F-Press, “prima Federfarma allarga le disposizioni del protocollo ad altri modelli di maschere, poi omette di elencare i certificati specifici da conservare”.

Non si tratta di semplici  rilievi formali: senza una chiara delimitazione delle tipologie di mascherina che rientrano sotto le disposizioni del protocollo e della documentazione da allegare, infatti, c’è il serio rischio, scrive la newsletter del sindacato lombardo, “che le farmacie applichino il prezzo amministrato su prodotti che invece possono essere venduti a prezzo libero e si vedano poi negare il cosiddetto ‘ristoro’. Si genererebbero perdite che, protratte per diversi mesi, causerebbero seri problemi a parecchi titolari”.

In conclusione, la lettera di Federfarma Lombardia, a proposito della certificazione Ce che accompagna le mascherine registrate Ue, suggerisce al sindacato nazionale di realizzare una guida che consenta alle farmacie di verificare l’autenticità della certificazione, “visti gli innumerevoli casi di contraffazione che stanno emergendo sul territorio”.

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