Covid, in Italia pochi tamponi e ogni Regione fa come vuole, indagine di Gimbe

Covid, in Italia pochi tamponi e ogni Regione fa come vuole, indagine di Gimbe

Roma, 8 maggio – Il numero dei nuovi casi di coronavirus è influenzato dal numero dei tamponi eseguiti dalle Regioni e pertanto soggetto a possibili distorsioni, che  spiegano la giungla dei numeri che si registra nel nostro Paese, dove dall’inizio dell’epidemia sono stati effettuati 2.310.929 tamponi, di cui il 67,1% “diagnostici” e il 32,9% “di controllo”, e dove solo il Veneto, con un intervallo compreso tra 130 e 250 tamponi ogni 100.000 abitanti  (la soglia raccomandata sarebbe da 250 in su)  si colloca in classe 2 nella graduatoria (con Trento, Bolzano, Val D’Aosta e Friuli-Venezia-Giulia), a differenza delle altre due Regioni più colpite da  Covid: l’Emilia-Romagna in classe 3 (100-129 tamponi) con Piemonte, Umbria e Liguria; e la Lombardia– con 80mila contagiati ufficiali e oltre 14mila morti- addirittura in classe 4 (60-99 tamponi con Marche, Basilicata, Toscana, Molise, Abruzzo, Lazio).

A rivelare i dati è un’indagine della Fondazione Gimbe su dati della Protezione civile relativa all’intervallo 21 aprile-6 maggio. La media nazionale di 88 tamponi per 100.000 abitanti/die colloca l’Italia nella classe 4 di propensione all’esecuzione dei tamponi, come si è già visto con notevoli differenze regionali.

Utilizzando la classificazione di una recente analisi della Fondazione Hume, elaborata in relazione al numero di tamponi per 100.000 abitanti/die che risulta inversamente correlato alla mortalità (“Più tamponi, meno morti”, sintetizza la Fondazione Hume), Gimbe ha  suddiviso le Regioni sulla base di cinque classi di propensione all’esecuzione dei tamponi. “Le nostre analisi effettuate sugli ultimi 14 giorni”  spiega il presidente della Fondazione Nino Cartabellotta (nella foto) “forniscono tre incontrovertibili evidenze: innanzitutto, si conferma che circa 1/3 dei tamponi sono “di controllo”; in secondo luogo il numero di tamponi per 100.000 abitanti/die è molto esiguo rispetto alla massiccia attività di testing necessaria nella fase 2; infine, esistono notevoli variabilità regionali sia sulla propensione all’esecuzione dei tamponi, sia rispetto alla percentuale di tamponi ‘diagnostici’”.

I dati, spiega ancora la Fondazione Gimbe, “confermano la resistenza di alcune Regioni a estendere massivamente il numero di tamponi, in contrasto con raccomandazioni internazionali, evidenze scientifiche e disponibilità di reagenti. L’Organizzazione mondiale della sanità incoraggia l’estensione dei tamponi”.

“Il Governo, oltre a favorire le strategie di testing, deve neutralizzare comportamenti opportunistici delle Regioni finalizzati a ridurre la diagnosi di un numero troppo elevato di nuovi casi che, in base agli algoritmi attuali, aumenterebbe il rischio di nuovi lockdown”  continua Cartabellotta,  evidenziando come le evidenze dell’indagine attestino non solo che  tutte le Regioni italiane sono sotto la soglia dei 250 tamponi ogni 100.000 abitanti raccomandati dalle autorità sanitarie internazionali, ma anche l’esistenza di gap territoriali  notevoli (dalle punte di 222 tamponi effettuati ogni 100mila abitanti nella Provincia di Trento ai soli 37 tamponi ogni 100mila abitanti della Puglia).

Fondazione Gimbe, conclude Cartabellotta, “da un lato richiama tutte le Regioni a implementare l’estensione mirata dei tamponi diagnostici, dall’altro chiede al ministero della Salute di inserire tra gli indicatori di monitoraggio della fase 2 uno standard minimo di almeno 250 tamponi diagnostici al giorno per 100.000 abitanti“.

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