Test sierologici avviati in alcune Regioni (oggi parte il Lazio), ma resta il nodo affidabilità

Test sierologici avviati in alcune Regioni (oggi parte il Lazio), ma resta il nodo affidabilità

Roma, 11 maggio – Test sierologici per Covid-19: se ne è parlato molto, indicandoli come uno degli strumenti fondamentale – insieme ai molto più noti e sperimentati tamponi rinofaringei – per la corretta gestione della fase 2 dell’epidemia, in particolare per individuare e contenere immediatamente l’eventuale insorgenza di nuovi focolai, così da confinarli e controllarli sul nascere.

Ma anche se la fase 2 è partita già da una settimana,  le Regioni sembrano muoversi in ordine sparso: soltanto sei infatti hanno avviato i test nell’ambito di programmi che vedono diverse strategie di campionatura e diverse tecnologie. La prima Regione in ordine di tempo a avviarli è stata il Veneto, l’ultima sarà il Lazio,  a partire da oggi, 11 maggio. Tutte le Regioni hanno individuato negli operatori sanitari il target primario in questa prima fase; altri target sono forze dell’ordine, lavoratori in azienda o popolazione generale campionata.

Il problema più rilevante è quello dell’affidabilità dei risultati: se per i tamponi il problema è relativo (ancora oggi viene ritenuto l’esame più affidabile per individuare la presenza di Sars CoV 2, perchèintercetta il virus nel naso o nella gola, il problema è che non è rapido ed è costoso), per i test sierologici la storia è un’altra. I kit veloci, che analizzano la risposta immunitaria per scoprire se è un paziente è entrato in contatto con il coronavirus, danno la risposta in 10 minuti leggendo la presenza o meno degli anticorpi IgM (i primi a comparire) e IgG che l’organismo produce  per difendersi dal Covid-19. Come ha chiaramente spiegato l’infettivologo e primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, il test non è molto affidabile. Mentre gli anticorpi IgG sono rilevati bene, gli IgM non vengono “letti” nei pazienti ospedalizzati, quindi o scompaiono presto nel sangue una volta che la malattia è già in stadio avanzato, oppure il test non è così sensibile da leggerle.
Per questo, i test rapidi possano servire per accelerare l’individuazione delle persone infettate che sono a casa, con sintomi più o meno evidenti. Ma se fossero positivi al test degli anticorpi sarebbe bene comunque sottoporli al tampone per poi decidere come trattarli. I test sierologici, che ricercano anche loro, come i test rapidi, le immunoglobuline G (IgG) e le M (IgM) che si formano in tempi diversi, ma comunque a partire da circa 5-6 giorni dal contagio. Sono molto più attendibili rispetto ai kit rapidi, perché il prelievo del sangue viene effettuato in laboratorio.
Se si trova un numero elevato di IgM significa che il Covid si è appena insediato nel nostro organismo, e può essere ancora presente. Le IgG invece testimoniano un contatto più lontano nel tempo.

Anche i costi sono diversi: i test sierologici costano mediamente, a seconda delle tipologie, tra i 4 e i 7 euro alle Regioni e tra i 25 e i 50 ai privati cittadini. Le Regioni hanno acquistato 2 milioni di test, l’indagine è partita su 150 mila italiani.

A dare un quadro della situazione è stato il  sesto Instant Report Altems Covid-19, iniziativa dell’Alta scuola di Economia e management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica di Roma, i cui ricercatori (economisti e aziendalisti sanitari, medici di sanità pubblica, ingegneri informatici e statistici) hanno fotografato anche la cosiddetta ‘readiness’ (prontezza) per la fase 2. E se dall’analisi delle delibere regionali emerge che per fa Fase 1 ben 16 Regioni hanno predisposto un provvedimento di ‘programmazione sanitaria regionale’, al momento “solo Toscana ed Emilia Romagna hanno deliberato un documento di programmazione sanitaria a supporto della gestione nella fase 2″.

In totale sono 8 le Regioni ad aver dato delle ‘Linee di indirizzo per la ripresa delle attività ospedaliere e ambulatoriali’ non legate all’emergenza Covid-19: tra queste Toscana ed Emilia Romagna, insieme a Veneto, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Resta in ogni caso ancora non del tutto risolta la questione relativa all’affidabilità, che continua a essere il primo limite che non permette di candidare  ancora i test sierologici come validi strumenti per dare ai singoli una patente di immunità. In circolazione ci sono tantissimi test antircopali, ma nessuno è stato validato dalle autorità pubbliche, soprattutto tra quelli rapidi. Non sono stati ancora trovati test che siano in grado di garantire in maniera sufficientemente precisa sensibilità, cioè la capacità di identificare in maniera corretta chi è stato contagiato, e specificità, cioè avere al contrario la capacità di indicare correttamente anche chi non è entrato in contatto con il virus. Sono al vaglio dell’Istituto superiore di sanità quattro test, ma per ora nessuno è stato certificato e un lavoro di verifica per la validazione è da tempo in corso anche all’Oms, che ha al vaglio oltre 200 test.

L’altro problema è quello che riguarda la durata dell’immunità. Ancora non si sa se gli anticorpi prodotti per contrastare Covid 19 diano una protezione duratura. Si sta ancora cercando di comprendere l’immunità al nuovo coronavirus e non è chiaro quanto duri nel tempo e quanto potrebbe proteggere contro un secondo contagio. La maggior parte dei virologi è propensa a credere che questa immunità abbia una durata di uno o due anni (come quella data dalla Sars), cosa che darebbe il tempo sufficiente alla preparazione del vaccino, ma servono ancora conferme in questo senso. Come ha dichiarato anche la Società italiana di epidemiologia, “non esiste al momento alcuna certezza nell’usare i test sierologici (tantomeno quelli commerciali già esistenti) a fini diagnostici individuali o per certificati di immunità, dato che non c’è consenso circa il tipo di anticorpi che vengono identificati dai diversi test, né sulla loro capacità di svolgere un ruolo protettivo dall’infezione virale. La risposta immunitaria, che pure si osserva dopo una settimana, non sempre è in grado di bloccare l’infezione in un tempo chiaramente definito”.

Tutto ciò non significa che questi strumenti non debbano essere utilizzati per fare alcune ipotesi sulla ripartenza. I test sierologici sono infatti uno strumento utile per la ricerca, per valutare la diffusione del virus in campioni di popolazione e per fare stime generali, e dovrebbero essere utilizzati a questo scopo, non per dare risposte certe di immunità ai singoli. Sul singolo possono, al contrario, essere fuorvianti e rischiosi: un risultato falsamente rassicurante o un’interpretazione dei risultati scorretta potrebbe indurre a  crederci immuni dal pericolo, oppure a torto non infettivi, mettendo a rischio la nostra salute e quella degli altri, innescando un’ulteriore catena di contagi.

In ogni caso, come opportunamente evidenziato più di un mese fa anche da una circolare ministeriale del 3 aprile, questi test non sono pronti per essere considerati test di autodiagnosi. “Il risultato qualitativo ottenuto su un singolo campione di siero – si legge nella circolare – non è sufficientemente attendibile per una valutazione diagnostica. Per ragioni di possibile reattività crociata con altri virus affini come altri coronavirus umani (quelli di un banalissimo raffreddore, ad esempio, NdR), il rilevamento degli anticorpi potrebbe non essere specifico della infezione da Sars-CoV2. Infine, l’assenza di rilevamento di anticorpi non esclude la possibilità di un’infezione in atto in fase precoce o asintomatica e relativo rischio di contagiosità dell’individuo”.  Meglio quindi non affidarsi a questi test, cercando magari di acquistarli online, per avere un responso sulle proprie condizioni di salute.

I test rapidi sono  semplici ed economici, con un costo che può variare da 12 a 25 euro, e consistono in una sorta di tavoletta di nitrocellulosa nella quale la presenza degli anticorpi viene rivelata dalla comparsa di una barretta colorata. La loro affidabilità è però piuttosto bassa, pari a circa il 30%. La goccia di sangue che viene introdotta su questa sorta di fascetta di nitrocellulosa e, se contiene gli anticorpi, questi reagiscono con l’antigene, ossia con la parte del virus che stimola reazione immunitaria e che si trova sulla fascetta, producendo una striscia colorata.

Più costosi (circa 70 euro), i test di laboratorio risultano invece affidabili (oltre il 90%) e sono più della metà le Regioni che dispongono di laboratori in grado di eseguirli o che stanno richiedendo le autorizzazioni per farlo: Campania, Liguria, Lombardia, Veneto, Sicilia, Piemonte, Lazio, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Puglia.

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