Covid, Gimbe: “Improprio usare l’indice Rt per classificare il rischio contagio, è fuorviante”

Covid, Gimbe: “Improprio usare l’indice Rt per classificare il rischio contagio, è fuorviante”

Roma, 26 maggio – L’indice Rt o di  contagiosità, ovvero il “numeretto” che serve a indicare quante persone può infettare ogni singolo individuo in presenza di precise norme di contenimento, non ha tutta l’indicatività che invece sarebbe necessaria in presenza di una situazione di rischio epidemico e, anzi, può addirittura spingere a conclusioni fuorvianti, soprattutto se utilizzato come metro per decidere se  allentare o inasprire le misure restrittive.

A lanciare l’allarme è la Fondazione Gimbe, attivissima in queste ultime settimane nel realizzare analisi e studi (e a metterne subito a disposizione i dati) utili per una migliore gestione – sulla base di dati “evidence based” – della situazione epidemica dalla quale l’Italia è impegnata a tirarsi fuori.

Appena qualche giorno fa, l’Istituto superiore di sanità aveva comunicato l’indice Rt in ciascuna Regione italiana, dando subito la stura a valutazioni e interpretazioni controverse (tra le quali la singolare interpretazione del dato fornita dall’assessore regionale lombardo Giulio Gallera, sul quale si è scatenata una vera e propria tempesta di reazioni oscillanti tra il dileggio ironico e le indignate richieste di immediate dimissioni), generando qualche confusione sulla corretta lettura del rischio di contagiosità nle Paese.

Confusione che, appunto, Gimbe prova a fugare, ricordando in primo luogo che l’indice Rt è un  dato meramente statistico: si limita a calcolare quante persone può mediamente infettare un individuo in una determinata situazione (nel caso di specie da quando sono cessate dal 4 maggio le misure del lockdown), escludendo dal guariti, immuni e i deceduti). L’altro indice con il quale gli italiani hanno imparato a familiarizzare durante l’epidemia, il cosiddetto Ro, indica invece il numero di persone che vengono mediamente contagiate da un singolo individuo infetto all’inizio della pandemia sul complesso della popolazione.

Tornando all’indice Rt, il suo valore (nella misurazioni effettuate dall’Iss tra la fine di aprile e oggi, risulta  nettamente al di sotto di 1, valore che ha portato qualcuno a concludere che la contagiosità del virus, e quindi la sua diffusione, è in fase di rallentamento. Un lettura sulla quale, però, Gimbe dà un deciso colpo di freno: “Il valore di Rt inserito tra gli indicatori del ministero della Salute per il monitoraggio della fase 2″ spiega il presidente Nino Cartabellotta (nella foto) “è stato trasformato di fatto in un numero magico su cui fare classifiche, previsioni e addirittura prendere decisioni politiche regionali senza considerare i limiti intrinseci nel nostro contesto nazionale, dove continua a mancare un’adeguata base di dati”. Tra i limiti sottolineati per questo indicatore vi è “l’accertamento virologico dell’infezione che in Italia viene spesso notificata con molti giorni di ritardo“.  E non si può non tenere conto che sui dati influiscono anche i criteri di esecuzione dei tamponi.

“Le nostre valutazioni confermano che il dibattito politico e scientifico si sta concentrando su un indice molto variabile, condizionato dalla qualità dei dati , non tempestivo e calcolato su un terzo dei casi confermato dalla Protezione Civile” rileva Gimbe, ritenendo che si tratti di un errore: il ruolo dell’Rt andrebbe infatti sensibilmente ridimensionato, anziché essere enfatizzato e  utilizzato per elaborare classifiche regionali.

Secondo dati elaborati dalla Fondazione  Gimbe, al 24 maggio risultano ancora in «zona rossa», cioè a rischio di risveglio dell’epidemia tre regioni (Lombardia, Liguria e Piemonte); in una fascia di relativa tranquillità un’ampia fetta di Italia che comprende Veneto, Emilia Romagna, Marche, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige. Ancora più lontane dal rischio il Friuli Venezia Giulia, più l’intera Italia centrale e meridionale.

Print Friendly, PDF & Email
Condividi