Ivg, dopo il caso Umbria Speranza chiede nuovo parere al Css sulla RU486

Ivg, dopo il caso Umbria Speranza chiede nuovo parere al Css sulla RU486

Roma, 17 giugno – Ha suscitato un inevitabile vespaio di reazioni polemiche la decisione della Regione Umbria di vietare l’aborto farmacologico mediante l’utilizzo della pillola RU486 in regime day hospital. La giunta di centrodestra  presieduta dalla leghista Donatella Tesei ha infatti abrogato la delibera adottata nel 2018 dalla precedente amministrazione della dem Catiuscia Marini che permetteva di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica in regime di day hospital e con terapia domiciliare. A seguito della nuova misura (proposta dall’assessore alla Sanità Luca Coletto, nella foto, anch’egli della Lega)  le donne che vorranno prendere la pillola abortiva da qui in avanti dovranno sottoporsi a un ricovero di tre giorni in ospedale.

Per le opposizioni e i movimenti femminili, si tratta di uno sconcertante passo indietro, che nell’attuale fase post-emergenza Covid potrebbe portare a conseguenze ancora più gravi. L’aborto farmacologico – pratica che la stessa Società italiana di ginecologia e ostetricia aveva chiesto di favorire per tutelare le donne evitando di riempire le strutture sanitarie già sature – potrebbe infatti essere considerato da molte donne, in ragione della permanenza in ospedale di tre giorni –  un’opzione rischiosa per l’esposizione al rischio di contagio.

La presidente Tesei difende  però la sua scelta: “Non è assolutamente un passo indietro” ha spiegato la governatrice al Corriere della Sera. “La libertà di una scelta sofferta, come quella dell’aborto, rimane. Ma c’è una maggiore tutela per la salute della donna. Ho applicato la legge nazionale non per togliere un diritto delle donne. Al contrario, da avvocato impegnata nella tutela dei diritti individuali penso che abbiamo aggiunto la garanzia di poter abortire in sicurezza. Siccome i rischi ci sono e sono evidenti, incidenti di percorso ci possono essere e ci sono stati”.

La questione ha spinto a muoversi anche il ministro della Salute Roberto Speranza, che ieri ha formalmente richiesto un parere al Consiglio superiore di sanità, alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, in merito alla interruzione volontaria di gravidanza con il metodo farmacologico. L’ultimo parere in materia era stato espresso dal Css nel 2010.

Più “politica” la presa di posizione Sandra Zampa: “Sono trascorsi dieci anni esatti da quando, su richiesta del Consiglio superiore di sanità, un’apposita Commissione emanò le linee guida ministeriali per l’utilizzo della RU486”  ha ricordato la sottosegretaria. “In questi dieci anni nessun evento avverso ha evidenziato la necessità di ricoveri ospedalieri per l’utilizzo della cosiddetta ‘pillola abortiva’. Stupisce dunque la decisione della Regione Umbria di indicare in tre giorni di ricovero ospedaliero le condizioni per il ricorso alla Ivg farmacologica”.

“Ho condiviso pienamente la decisione del ministro Speranza di richiedere un parere al Consiglio superiore di sanità” afferma Zampa in una nota “allo scopo di aggiornare le linee di indirizzo, auspicando che si possa favorire, sempre ove possibile, il ricorso alla IVG farmacologica come in uso nella gran parte dei Paesi europei, cioè in regime di day hospital o ambulatoriale”.

La RU486 (Mifegyne) è stata introdotta nel 2009. dopo il via libera alla commercializzazione in Italia da parte dell’Aifa. Il medicinale rappresenta l’alternativa non chirurgica per l’interruzione della gravidanza, nel pieno rispetto della legge 194.

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