Covid, il report Osservasalute: “Gap tra le Regioni su tamponi, ricoveri e decessi”

Covid, il report Osservasalute: “Gap tra le Regioni su tamponi, ricoveri e decessi”

Roma, 25 giugno –  Le differenze regionali su ricoveri, letalità e tamponi sono gli indicatori di una gestione dell’emergenza  Covid-19 fortemente condizionata da un sistema sanitario nazionale che, dopo anni  di tagli e di federalismo sanitario, non ha potuto offrire ai cittadini omogenei standard di assistenza una volta investito dall’epidemia.

È il dato che emerge dal XVII Rapporto Osservasalute, presentato ieri dall’Osservatorio nazionale sulla Salute nelle Regioni italiane nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica di Roma. Questi alcuni dei dati illustrati dal report:  in Veneto si è avuta la quota più bassa di ospedalizzati e quella più alta di soggetti positivi in isolamento domiciliare, tanto che all’inizio della pandemia questa Regione aveva in isolamento domiciliare circa il 70% dei contagiati, nell’ultimo periodo oltre il 90%. In Lombardia e Piemonte, le ospedalizzazioni erano tra il 50% e il 60% a inizio pandemia, poi cresciute al 70-80% a metà di marzo  (quando nelle altre Regioni diminuivano) per scendere sotto il 20% a fine aprile, primi di maggio. In Toscana e Marche è stato ospedalizzato oltre il 60% dei contagiati fino ai primi di marzo, poi meno del 30% a fine dello stesso mese e sotto il 20% dalla seconda metà di aprile.

Di questa emergenza sanitaria colpiscono anche le differenze regionali del tasso di letalità, che in Lombardia raggiunge il 18%, in Veneto un massimo del 10%. Emilia-Romagna, Marche e Liguria sono le altre Regioni con la letalità  più elevata, tra il 14-16%. Non chiara la spiegazione di questo dato: verosimilmente si verificata una sottostima del numero di contagiati (il denominatore del rapporto con il quale si misura la letalità). Circostanza, questa, che richiama la scarsa qualità del monitoraggio effettuato da alcune Regioni.

Per quanto riguarda i tamponi, il Veneto ne ha effettuati il numero più alto in rapporto alla popolazione, circa 50 ogni 100 mila abitanti all’inizio del periodo, fino a punte superiori a 400 agli inizi di giugno. La Puglia la Regione con il numero minore di tamponi effettuati, meno di 100 ogni 100 mila abitanti. Colpisce la variabilità nel tempo fatta registrare da tutte le Regioni, in particolare il Veneto e le Marche.

Un dato molto interessante che emerge dal rapporto – soprattutto per le indicazioni che può dare in ordine alle migliori prassi da seguire nel prossimo autunno per contrastare le patologie stagionali evitando pericolosi intrecci e confusioni con sempre possibili “ritorni di fiamma” di Covid – è quello relativo alle patologie simil-influenzali (Influenza-Like Illness, in acronimo Ili) che nella stagione 2018-2019 hanno colpito  il 13,61% della popolazione, per una stima totale di circa 8.072.000 casi.

Come di consueto, le ILI hanno colpito maggiormente le fasce di età pediatrica: nello specifico. il 37,28% dei bambini nella fascia d’età da 0 a 4 anni, il 19,75% nella fascia  5-14 anni, il 12,77% di individui di età compresa tra 15 e i 64 anni e il 6,21% tra gli over 65.  Nelle ultime due stagioni influenzali l’incidenza delle IliI nella fascia di età 0-4 anni è  stata la più alta a partire dalla stagione 2004-2005.

Alla luce di questi dati, secondo i curatori dell’indagine, è utile rimarcare l’importanza della vaccinazione antinfluenzale anche in vista di un’eventuale ripresa della pandemia in autunno che si andrà a sommare all’influenza stagionale con possibili effetti di confondimento. A questo proposito dai dati del Rapporto si evince che la copertura vaccinale antinfluenzale nella popolazione generale si attesta, nella stagione 2018-2019, al 15,8%, con lievi differenze regionali, ma senza un vero e proprio gradiente geografico.

Negli anziani ultra 65enni, la copertura antinfluenzale non raggiunge in nessuna Regione i valori considerati minimi, né tanto meno ottimali, dal Piano nazionale prevenzione vaccinale che individua nel valore di 75% l’obiettivo minimo perseguibile e nel valore di 95% l’obiettivo ottimale negli ultra 65enni e nei gruppi a rischio.

“La crisi drammatica determinata da Covid-19 ha improvvisamente messo a nudo fino in fondo la debolezza del nostro sistema sanitario e la poca lungimiranza della politica nel voler trattare il Servizio sanitario nazionale come un’entità essenzialmente economica, alla ricerca dell’efficienza e dei risparmi” ha commentato  il direttore di Osservasalute,  Walter Ricciardi (nella foto), ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica, rappresentante italiano nel consiglio direttivo dell’Organizzazione mondiale della sanità e consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, stigmatizzando quelle politiche che “trascurano il fatto che la salute della popolazione non è un mero “fringe benefit”, ma un investimento con alti rendimenti, sia sociali sia economici“.

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