Assofarm scrive ai Comuni: “Dateci una mano ad avere quantità di vaccino sufficienti”

Assofarm scrive ai Comuni: “Dateci una mano ad avere quantità di vaccino sufficienti”

Roma, 16 settembre – La decisione della Conferenza Stato-Regioni di riservare alle farmacie territoriali soltanto l’1,5% delle dotazioni di vaccini antinfluenzali di cui dispongono dopo aver acquisito l’intera produzione disponibile sul mercato  (circa 17 milioni di dosi) ha ovviamente suscitato una immediata e decisa reazione da parte delle sigle della farmacia che – sic stantibus rebus – non sarebbero assolutamente in grado di fare fronte alle richieste dei cittadini che, non rientrando nella copertura dei piani vaccinali pubblici, esercizi aperti nel Paese), intendono proteggersi acquistando autonomamente il vaccino in farmacia.

L’anno scorso, giusto per dare un’idea della quantità di persone che provvedono autonomamente immunizzarsi, le dosi vendute nelle farmacie italiane furono circa 0tto milioni, numero che nella prossima, ormai imminente stagione influenzale è destinato a crescere: le stime parlano di un fabbisogno per i privati compreso tra 1,2 e 1,5 milioni di dosi, anche per effetto dei reiterati inviti delle autorità sanitarie a difendersi dall’influenza per non generare pericoli incroci con la circolazione del coronavirus, che (data la somiglianza dei sintomi) potrebbero generare confusione e quindi ricadute critiche per le strutture del servizio sanitario pubblico.

Le farmacie reclamano con forza una revisione del numero di dosi (appena 250mila per tutte le farmacie italiane, ovvero tra un quarto e un sesto del fabbisogno reale) che la Stato-Regioni ha detto di essere disposta a concedere, come riferito ieri anche dal nostro giornale. E Assofarm, nella ricerca di alleati istituzionali che possano dare una mano a raggiungere l’obiettivo, ha deciso di sensibilizzare e sollecitare l’ intervento dell’Associazione nazionale dei comuni italiani, indirizzando una lettera al suo presidente Antonio De Caro (nella foto).

Al quale – dopo aver rappresentato la situazione appena ricordato – il presidente della federazione delle farmacie pubbliche Venanzio Gizzi evidenzia come le circa 13 dosi di vaccino che toccherebbero a ciascuna farmacia per effetto della decisione della Stato-Regioni, che sarebbero del tutto insufficienti già in anni “ordinari”, diventano a dir poco risibili “in un autunno del tutto straordinario come questo.  A rischio non c’è solo la salute dei privati cittadini” scrive Gizzi “ma anche la produttività del Paese, già messa a dura prova dalla prima fase dell’epidemia. Va infatti considerato che negli anni passati buona parte delle nostre disponibilità è stata acquistata dalle attività produttive, perché nel vaccino antinfluenzale vedevano un mezzo per contrastare l’assenza per malattia dei loro dipendenti”.

Gizzi ricorda a De Caro anche l’urgenza di trovare soluzioni nel minor tempo possibile: “Perché il vaccino abbia effetto nel prossimo inverno, deve essere somministrato entro il mese di ottobre. È francamente impensabile che i medici di medicina generale possano reggere tale carico di impegno in poche settimane, per di più quando già devono operare nelle restrizioni logistiche delle misure anti-Covid” sottolinea  il presidente delle farmacie pubbliche. “Allo stesso modo, il personale dei servizi sanitari regionali, deputato alla vaccinazione, col perdurare dell’emergenza epidemica da Covid-19, è ancora impegnato nelle attività di contact tracing e di screening, pertanto non saranno in grado di somministrare tutte le dosi di vaccino acquistate”.

A significare, in altre parole, che la decisione delle Regioni non solo va contro il buon senso, ma anche contro le ragioni e gli interessi della pubblica salute. Gizzi si diffonde quindi nell’illustrare al presidente dell’Anci come la distribuzione massiva del vaccino, attraverso un coinvolgimento diretto ed attivo del farmacista, sia una pratica sanitaria sempre più diffusa nel mondo, ricordando in proposito il recente report della  Fip, la Federazione farmaceutica internazionale, che ha dimostrato come negli ultimi quattro anni i Paesi che autorizzano la vaccinazione in farmacia sono passati da 20 a 36 e oggi nel mondo quasi 1,8 miliardi di persone hanno la possibilità di rivolgersi alla loro farmacia di fiducia per proteggersi contro le principali malattie infettive.

“I governi dei principali Paesi europei consentono la vaccinazione in farmacia” ricorda Gizzi. “Perché nel nostro Paese ciò non è consentito proprio dagli stessi soggetti che continuamente si richiamano all’Europa come modello da imitare? Le farmacie comunali stavano dando il via ad una campagna nazionale di comunicazione a sostegno del vaccino. Operazione oggi sospesa perché senza disponibilità del vaccino stesso nelle farmacie non si offrirebbe ai cittadini una compiuta risposta alle proprie esigenze rischiando, al contempo, di lanciare un messaggio contraddittorio. Il nostro timore, signor Presidente, è che a bloccare il contributo delle farmacie alla diffusione vaccinale, siano state le resistenze corporative di alcune categorie sanitarie oggi uniche deputate a somministrare il vaccino”.

Evidente il riferimento alle principali organizzazioni dei medici, concordi nell’opporre una decisa opposizione all’ipotesi delle vaccinazioni in farmacia, anche se somministrate da medici e infermieri. Ma – nonostante questo fuoco di sbarramento, fa notare Gizzi, “in queste settimane il fronte di chi è favore alla somministrazione dei vaccini in farmacia si è arricchito della presenza di scienziati e rappresentanti di diverse sigle sanitarie, di esponenti politici e addirittura medici. A mancare però, alla fine, è stata la capacità di incidere sulle istituzioni regionali”.

“Certo della sua considerazione per il sistema delle farmacie comunali italiane, così come abbiamo avuto modo di apprezzare con la firma del protocollo di collaborazione a suo tempo sottoscritto conclude il suo appello Gizzi “sono ad auspicare un suo interessamento diretto presso la Conferenza delle Regioni”.

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