Covid, la medicina generale sul territorio inadeguata di fronte all’emergenza

Covid, la medicina generale sul territorio inadeguata di fronte all’emergenza

Roma, 27 novembre – Un gruppo di giovani medici di famiglia, infermieri e antropologi  riuniti del Movimento Giotto e della campagna PHC Now or never, ha l’ambizione di rinnovare in profondità le cure primarie e la medicina di famiglia in Italia, dopo che la seconda ondata, ancor più della prima (ricordate gli ambulatori degli Mmg chiusi?) ha messo una volta di più in evidenza la storica arretratezza della medicina di famiglia nel nostro Paese,  con la sola eccezione del Veneto.

Eppure, gli Mmg sono ogni giorno sulle pagine dei giornali e, a giudicare in termini quantitativi lo spazio e l’attenzione che vengono loro dedicati, sembrerebbero i  protagonisti assoluti del contrasto all’emergenza Covid nel quadrante cruciale dell’assistenza di prossimità.  Sono storia di nemmeno un mese fa, solo per fare un esempio,  i titoloni sull’accordo sottoscritto il 28 ottobre per effettuare i tamponi dai medici di famigliabenedetto dagli immediati, pubblici ringraziamenti del ministro dalla Salute Roberto Speranza. Un accordo da 30 milioni di euro, con 18 euro al professionista per ogni tampone fatto nel suo studio e 12 euro per il test  somministrato in una struttura della Asl, andato subito di traverso a molti medici, e non a caso non sottoscritto da alcune sigle sindacali.

Il risultato?  A distanza di nemmeno trenta giorni quell’accordo è rimasto di fatto lettera morta  e – nonostante prevedesse l’obbligatorietà della prestazione –  è stato applicato da un’esigua minoranza di medici.  Un fallimento in qualche modo annunciato, se si vanno a scorrere le dichiarazioni seguite all’intesa, con dirigenti di primo piano come il presidente dell’Ordine dei medici di Milano, che preconizzava una “rivolta dei condomini” nel caso i medici di famiglia  avessero accettato di fare tamponi rapidi nei loro studi. e un’infinità di altri dirigenti che elencavano i perchè e percome i medici di famiglia, molto semplicemente, mai e poi mai avrebbero potuto fare i tamponi nei loro ambulatori.

Il flop è un’ulteriore conferma, se mai ve ne fosse bisogno, che il territorio – e in primis la medicina di famiglia – continua a non essere attrezzato a fronteggiare l’emergenza pandemica. Realtà che, peraltro, era già drammaticamente emersa  nel corso della prima ondata,  che – è vero – aveva trovato impreparato l’intero sistema sanitario, ma che aveva subito travolto la prima linea di resistenza rappresentata da medici di famiglia e servizi territoriali pubblici, dai servizi di prevenzione alle cure primarie.

Per garantire un minimo di assistenza domiciliare erano state tirate fuori dal cappello a cilindro le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale), che avrebbero dovuto rappresentare una risposta emergenziale, in attesa di una riorganizzazione delle cure primarie e della medicina di famiglia che restituisse ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta il necessario e anche doveroso ruolo nell’assistenza dei pazienti affetti da Covid. Ma anche in questo caso i risultati sono stati del tutto insufficienti, almeno fin qui.

La recrudescenza pandemica autunnale,   a leggere i numeri ancora più grave ed estesa della prima, ha dimostrato poi quel che a molti (se non proprio a tutti) era già chiarissimo, ovvero  l’impossibilità di garantire sull’intero territorio nazionale l’erogazione da parte dei medici di famiglia di una prestazione essenziale per il controllo della pandemia come l’effettuazione dei tamponi, come dimostrato dal quasi surreale fallimento del già citato accordo del 28 ottobre.

La questione ha inevitabilmente innescato alcune domande, che molto opportunamente ha messo nero su bianco Gavino Maciocco in un articolo pubblicato qualche giorno fa da Salute Internazionale (  Com’è possibile che gli attori che erano intorno al tavolo per trattare l’accordo – Ministro e Direttori generali del Ministro e vertici del Sindacato – non si rendessero conto che imporre l’esecuzione di una semplice, ma necessaria, prestazione da parte dei MMG era una missione impossibile? Forse confidavano sul fatto che l’offerta di qualche milione di euro avrebbe stimolato l’attivismo della categoria. O forse pensavano che bastasse un annuncio – indipendentemente dal risultato – per segnalare l’ingresso in campo dei MMG nella partita contro la Covid.  Ma l’esecuzione di un tampone Covid non è come fare una vaccinazione antinfluenzale. E fare soltanto l’annuncio rischia – come è avvenuto – di trasformarsi in un autogol.

“La storia dei tamponi è la dimostrazione che la medicina di famiglia italiana è una risorsa indisponibile nei momenti di massima difficoltà del Ssn, come nel caso dell’attuale pandemia (e non dimentichiamoci che ci troviamo nella morsa di una doppia pandemia: da Covid e da malattie croniche)” scrive Maciocco. “Tutto ciò – conseguenza di una storica arretratezza organizzativa e formativa – non è accettabile, non solo per il danno che provoca alla salute della popolazione, ma anche per il rispetto che si deve ai tanti giovani medici di famiglia che si affacciano alla professione e che si trovano a lavorare loro malgrado in condizioni proibitive.

Da qui il suggerimento al ministro della Salute Speranza di considerare con estrema attenzione la proposta di organizzare un tavolo di confronto con le organizzazioni che rappresentano i giovani medici già citati nell’incipit dell’articolo,  e in particolare con il gruppo che fa capo alla Campagna PHC Now Never che due mesi fa ha pubblicato e promosso il Manifesto verso il Libro Azzurro, che contiene in 12 punti gli elementi essenziali per il rinnovamento e il rilancio delle cure primarie e della medicina di famiglia.

Al centro della loro proposta c’è l’idea di un lavoro collegiale, svolto all’interno di strutture adeguate (Case della salute), basato su interprofessionalità e interdisciplinarietà, sulla prossimità, capillarità e proattività degli interventi socio-sanitari, per agire in maniera integrata e coordinata verso i bisogni di salute complessi delle comunità.

Esattamente quello che servirebbe oggi – secondo Maciocco – “per garantire ai cittadini un punto di riferimento territoriale certo dove – separando i percorsi – sia possibile da una parte diagnosticare tempestivamente, tracciare e assistere i pazienti Covid e dall’altra garantire l’assistenza a tutti gli altri pazienti: diabetici, ipertesi, eccetera”.

Nel Manifesto ci sono anche altre idee, tra cui quella di una formazione di livello universitario e di una nuova forma di contratto di lavoro.  “Insomma, tutto quello che serve” è la conclusione di Maciocco ” per fare entrare aria nuova in un mondo idealmente ancorato alle pratiche di due secoli fa”.

 

 

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