Vaccino anti Covid AstraZeneca il “mistero della mezza dose”, ora servono altri studi

Vaccino anti Covid AstraZeneca il “mistero della mezza dose”, ora servono altri studi

Roma, 27 novembre – La storia del progresso scientifico è piena di casi di serendipity, ovvero di casuali e felici scoperte, valga per tutti il caso della accidentale scoperta di Fleming, al quale del , mentre lavorava con stafilococchi di diversi ceppi, venne l’uzzolo di esaminare alcune piastre di coltura collocate da una parte sul banco del laboratorio esposte all’aria e inevitabilmente contaminate da vari microrganismi. Lo scienziato rilevò che, intorno a una grande colonia di muffa contaminatrice, le colonie di stafilococchi diventavano trasparenti ed erano evidentemente soggette a lisi. II resto della storia è noto e tutto il mondo lo chiama penicillina.

Qualcosa di abbastanza simile potrebbe essere successo nello sviluppo del vaccino anti-Covid messo a punto dall’università di Oxford e Irbm Pomezia e prodotto da AstraZeneca, arrivato alle battute finali della fase 3. Qualche giorno fa, come riferito anche dal nostro giornale, l’azienda aveva annunciato che il suo candidato vaccino (che ha il grande vantaggio di poter essere conservato a temperature tra 2° e 8° gradi, e dunque in un normale frigorifero) ha rivelato un’efficace del 70%, che sale però fino al 90%  impiegando mezza dose alla prima somministrazione e una dose intera al richiamo del mese successivo. Proprio questo è il dato che ha sollevato l’attenzione delle autorità regolatorie e della comunità scientifica internazionale (oltre che, ovviamente, delle aziende concorrenti nella corsa al vaccino): come si spiega che mezza dose prima seguita da una intera offra un’immunizzazione superiore a quella ottenuta con le due dosi?

I ricercatori di Oxford rispondo candidamente di non saper al momento rispondere: il loro vaccino ha bisogno di due iniezioni a 28 giorni di distanza e solo per un caso fortuito – un errore di fabbricazione – a un consistente gruppo di volontari è stata data solo mezza dose nella prima somministrazione, seguita dalla dose intera quattro settimane più tardi. Proprio in questo gruppo, però, del tutto imprevedibilmente, l’efficacia del vaccino è risultata aumentata. L’ipotesi è che il sistema immunitario abbia bisogno di una minor quantità di principio attivo per attivarsi, oppure che l’adenovirus usato come vettore venga attaccato dal nostro sistema immunitario, nel momento in cui si somministra una dose più alta. Resta il fatto che mentre il regime di somministrazione  “una dose + una dose” ha mostrato un’efficacia del 62%, quello “mezza dose + una dose” ha raggiunto il 90%. Sarah Gilbert , la docente di vaccinologia all’istituto Jenner di Oxford che dirige la ricerca sul vaccino (ricerca che le è valsa la nomina a “Donna dell’Anno” da Harper’s Bazaar) ha spiegato che il sistema immunitario “viene attivato dalla dose giusta per lui”, dose che non necessariamente è quella  più alta. E con l’occasione ha ricordato che le sperimentazioni servono proprio ad affinare queste variabili.

Gli scienziati di Oxford respingono sdegnati le ipotesi giunte da oltre oceano, dove un analista ipotizza un tentativo (a fronte degli annunci di Pfizer e Moderna, che hanno annunciato un’efficacia del 90% e oltre dei loro vaccini) di “abbellire i risultati” della ricerca, aggiungendo di ritenere che il vaccino AstraZeneca “non otterrà mai l’autorizzazione negli Usa”.

 “Non abbiamo aggiustato nulla durante i trial”  ha subito replicato con forza John Bell, professore di medicina di Oxford e consigliere per le scienze della vita del governo britannico (a destra), aggiungendo, secondo quanto riferisce The Guardian, che in ogni caso per verificare l’efficacia terapeutica del nuovo regime mezza dose-dose piena si rendono necessari ulteriori studi e si allontana dunque la pubblicazione dei risultati completi sottoposti a peer review  sulla rivista Lancet, prevista  nel fine settimana.

“Ora che abbiamo trovato quella che sembra una migliore efficacia, dobbiamo convalidarlo, quindi dobbiamo fare un ulteriore studio” conferma  il Ceo di Astrazeneca Pascal Soriot (a sinistra), in un’intervista a Bloomberg citata sempre dal Guardian. Potrebbe essere avviato uno studio internazionale, ma “potrebbe essere più veloce perché sappiamo che l’efficacia è alta quindi abbiamo bisogno di un numero inferiore di pazienti”.

Il caso di serendipity nel percorso del vaccino AstraZeneca pone ora Ema e Fda di fronte a un dilemma, le autorità regolatorie chiamate ad autorizzare un vaccino che (particolare da non dimenticare) è stato già oggetto di un accordo con la Ue, sottoscritto nello scorso mese di giugno, per la fornitura di 400 milioni di dosi: le due agenzie sceglieranno di approvare il regime di due dosi stabilito per le sperimentazioni, anche se meno efficace, o approvare la formula che funziona meglio, mezza dose più una, anche se frutto di un errore? La mezza dose è stata somministrata solo a 2.700 dei 23mila volontari arruolati in Gran Bretagna e Brasile per i test di fase tre e ha coinvolto solo persone al di sotto dei 55 anni in Gran Bretagna. Poco o nulla si sa, dunque, in ordine alla sua efficacia sopra quella soglia di età e non si può ovviamente escludere che il livello di efficacia  – considerato che in in genere i vaccini stimolano meno il sistema immunitario negli anziani  – possa scendere anche nel regime mezza dose + una dose.

Appare improbabile che la formula una dose + una dose passi l’esame di Ema e Fda. Non è escluso, però, che le autorità regolatorie, analizzando i dati (non ancora pubblicati su una rivista scientifica), decidano di approvare il regime mezza dose + una dose limitandone l’impiego alle persone con meno di 55 anni di età, il gruppo in cui è stato testato, anche se su un numero non grande di volontari.

Il  garbuglio potrà essere dipanato solo dalle autorità regolatorie, che peraltro avranno il loro bel da fare per approfondire altre questioni che via via emergono valutando le domande di autorizzazione dei candidati vaccini, che – non va dimenticato – sono stati sviluppati a tempo record. Un aspetto, in particolare, potrebbe meritare un approfondimento ed è l’importante vantaggio che il vaccino AstraZeneca-Oxford-Irbm  sembra vantare rispetto a quelli di Pfizer-BioNTech e Moderna, che – nel fornire i risultati di efficacia –  hanno calcolato i loro casi positivi solo fra i volontari che avevano sintomi.

“Noi abbiamo sottoposto a test periodici anche le persone senza sintomi” spiega invece Sarah Gilbert. “E abbiamo trovato quote inferiori nei vaccinati rispetto ai non vaccinati”.

Dato dal quale emergono due indicazioni importanti. La prima è che i vaccinati con il candidato di Oxford non solo evitano la forma grave della malattia, ma forse (l’ipotesi deve essree comprovata da dati certi, che ancora mancano) rischiano anche meno di essere asintomatici e contagiare gli altri. La seconda indicazione chiama in causa i vaccini concorrenti: la loro efficacia più alta, pari o addirittura superiore al 90% , potrebbe in realtà essere un errore statistico: se infatti si testano gli asintomatici, come ha fatto la ricerca di Oxford, , è normale che vengano riscontrate più persone positive e, ovviamente, le percentuali di efficacia scenderebbero.

Insomma, restano ancora alcuni aspetti da chiarire non mancano, e le autorità regolatorie non mancheranno di farlo. Cominciando magari a chiedere alle aziende, prima di fare il confronto diretto con le cifre, di spiegare come è stato calcolato il numero dei contagiati.

 

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