Pandemia Covid, da Sinasfa quattro consigli per i farmacisti collaboratori

Pandemia Covid, da Sinasfa quattro consigli per i farmacisti collaboratori

Roma, 3 dicembre – Con la seconda ondata pandemica, sono tornati a serpeggiare tra le file della categoria dei farmacisti – una delle più esposte sulla prima linea dell’assistenza – i timori e le preoccupazioni per la loro sicurezza durante il lavoro. L’altissimo numero di contagi e dei decessi (tre anche all’interno della stessa professione farmaceutica, due in Sicilia e uno in Campania) rende più che giustificata la paura e riporta a quando, a partire dallo scorso mese di marzo, migliaia e migliaia di farmacisti, in particolare nel Nord del Paese, chiedevano a gran voce di poter lavorare a battenti chiusi per la mancanza di qualsiasi tipo di dispositivo di protezione individuale, salvo poi vedere che – tranne rare e pochissime eccezioni – tutti gli appelli e tutte le richieste di misure di sicurezza rimanevano puntualmente inascoltate.

Quelle esperienze avrebbero dovuto insegnare qualcosa che però, evidentemente, non è stato ben imparato: nella seconda ondata pandemica, i problemi della sicurezza del lavoro in farmacia sono infatti rimasti e anzi, se possibile, sono anche aumentati, non solo perché la pandemia questa volta ha colpito più diffusamente, interessando tutte le Regioni del Paese, ma anche perché una fetta consistente della categoria  si è particolarmente distinta nel cercare di convincere politici nazionali e regionali a dare il via libera all’esecuzione in farmacia di test, tamponi e addirittura vaccini.

Una situazione che Sinasfa, il Sindacato nazionale dei farmacisti non titolari presieduto da Francesco Imperadrice (nella foto) stigmatizza in un’ampia nota pubblicata l’altro ieri sul suo sito, chiedendosi come sia possibile non rendersi conto che “non è questo il momento di cercare di assegnare ai farmacisti mansioni che non sono le loro e per le quali non sono formati”.

Sinasfa, al riguardo, rileva che il modello della “farmacia dei servizi” è stato introdotto in Italia dalla legge n. 69/2009, più di undici anni fa,  senza che in questo lungo lasso di tempo siano stati fatti apprezzabili passi avanti per consentire al farmacista di ampliare le sue potenzialità e quindi i suoi servizi professionali e senza che si siano registrati progressi in altri ambiti:  il percorso di formazione universitario è rimasto pressoché lo stesso, così come sono rimaste le stesse le norme che regolano i “confini professionali” del farmacista. E – sottolinea la sigla dei non titolari – non è stato portato a termine nemmeno il rinnovo del contratto dei farmacisti collaboratori, né tanto meno il passaggio del contratto stesso dal comparto del commercio a quello della sanità, “cosa fondamentale – scrive Sinasfa – per poter creare un nuovo e più integrato percorso di collaborazione con il Ssn”. 

Ciò non di meno, fare tamponi e compagnia sembra essere diventata la prima e principale preoccupazione della farmacia italiana, trascurando il dato di fatto che portare potenziali contagiati in farmacia per fare test tamponi o addirittura vaccini significherebbe  sì aumentare il fatturato  ma anche  aumentare il rischio di contagio per il personale. E per tenerlo a mente, questo rischio, basterà ricordare che i dati Inail per il  mese di ottobre indicano 66.000 contagiati sul posto di lavoro.

Per questo Sinasfa, facendo professione di realisno, non sembra aspettarsi molto dalla parte datoriale, affermando che i farmacisti collaboratori  per salvaguardare la loro sicurezza debbono principalemnte fare da soli e contare su se stessi.

Per dare una mano concreta, Sinasfa mette però nero su bianco quattro consigli ai farmacisti collaboratori, ovunque essi  lavorino, per lavorare in sicurezza. Gli associati saranno ovviamente liberi o no di seguirli, purché abbiano piena consapevolezza che nel malaugurato caso di contagio o peggio, non potranno prendersela con nessuno se non con se stessi,  laddove non abbia contribuito a garantire la sua sicurezza e quella degli altri nel pieno rispetto delle norme di legge in vigore.

Il primo consiglio esorta a chiedere al titolare dell’esercizio copia del documento e il nome del Rls (responsabile della sicurezza sul lavoro). Ci sono infatti norme che garantiscono la sicurezza sul luogo di lavoro e servono per impedire di contagiarti. In ogni farmacia, ad esmpio,  si deve stilare per legge un Dvr, ossia un documento di valutazione dei rischi. Il documento serve a garantire la sicurezza sul luogo di lavoro ed è diverso da farmacia a farmacia, come da fabbrica a fabbrica e da negozio a negozio.

Esiste anche l’obbligo di garantire la sicurezza dei lavoratori anche per il rischio biologico, norme che se applicate dovrebbero ridurre fin quasi ad azzerarlo il rischio di contagio. Se viene richiesto di effettuare un test, misurare la pressione o di fare qualsiasi altra cosa, il documento deve descrivere come deve essere svolta quella mansione in modo tale che  possa essere svolta eliminando il più possibile il rischio di contagio. È diritto del lavoratore conoscere il contenuto del documento, come è un diritto chiedere di valutare la possibilità di modificarlo, ove si ritenga che esso contenga qualche procedura ritenuta insufficiente.

Soltanto per far capire l’importanza di questo documento, Sinasfa ricorda che in caso di omessa valutazione dei rischi o omessa predisposizione del Dvr le sanzioni per il titolare sono l’arresto da tre a sei mesi o l’ammenda da 3071,27 a 7862,37 €.

Oltre a questo documento, che deve essere portato a conoscenza di tutto il personale, in farmacia  ci deve essere anche un Rls ossia un “rappresentante dei lavoratori per la sicurezza” che di solito è un membro del personale (più raramente è un esterno) che ha il compito di fornire i Dpi,  di informare i lavoratori sui rischi connessi all’attività lavorativa e di rappresentare i lavoratori per quanto concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro”.

È di fondamentale importanza conoscere il nome di questo responsabile al quale vi dovete rivolgere per chiedere qualsiasi  cosa voi riteniate utile per la vostra sicurezza.

Il secondo consiglio è la richiesta dei dati della polizza assicurativa per danni alle persone, che è prevista dal Ccnl farmacie è della quale il titolare è obbligato a fornire gli estremi, dei quali ogni lavoratore  deve essere in possesso. L’invito di Sinasfa  ai farmacisti che ancora non fossero in possesso degli estremi della loro polizza è quello di mettere da parte timori o pregiudizi e di chiedere al titolare di  rispettare le norme contrattuali.

Il terzo consiglio è quello, in caso di contagio, di rivolgersi subito all’Enpaf, l’ente di previdenza e di assistenza, che supporterà economicamente l’iscritto sia nel caso egli resti a casa in isolamento, sia se viene ospedalizzato e supporterà i tuoi famigliari in caso di decesso. Sono previsti contributi anche per i titolari di parafarmacia e farmacia in caso di chiusura per contagio. Tutti i dettagli sui contributi Enpaf, cifre comprese, sono puntualmente elencati da Sinasfa sul suo sito, al quale ovviamente rimandiamo per ogni approfondimento.

Il quarto e ultimo consiglio, ove permanessero dubbi in materia di sicurezza professionale e dei relativi obblighi,  è quello di  scrivere al presidente dell’ordine professionale cui si è iscritti. Considerata  la giungla di norme che c’èe l’interpretazione a volte errata, contrastante o addirittura opposta di comunicati, circolari, Dpcm, norme di legge, Ccnl e quant’altro, “è bene che stabiliamo un punto di riferimento al quale rivolgerci per avere una risposta certificata. Sinasfa ritiene che il punto di riferimento debba essere il tuo  Ordine dei farmacisti”.

Al riguardo, la sigla dei non titolari offe una breve “summa” dei compiti dell’Ordine e ricorda una delle fattispecie di contenzioso che l’emergenza pandemica ha reso molto diffusa e attuale, ovvero la difformità tra una richiesta avanzata dal titolare e quello che invece il collaboratore pensa sia giusto fare. “In questi casi riteniamo giusto inviare tramite posta certificata una richiesta al  Presidente dell’Ordine per chiedere quale è la cosa giusta da fare o il modo giusto di comportarsi” spiega Sinasfa.

 

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