Piano pandemico antiflu (ma non solo), la bozza all’esame delle Regioni

Piano pandemico antiflu (ma non solo), la bozza all’esame delle Regioni

Roma, 22 gennaio – Quali azioni intraprendere prioritariamente e, più in generale, cosa fare per non farsi trovare impreparati di fronte a un’eventuale pandemia influenzale, quali strumenti approntare per la prevenzione, l’identificazione rapida e il monitoraggio epidemico, la cura e il trattamento dei pazienti contagiati, limitando il rischio di contagio per gli operatori sanitari e per i cittadini.

Questo, in sintesi, il contenuto del Piano strategico-operativo nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale(PanFlu) 2021-2023 al quale,  sulla base delle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha lavorato il nostro ministero della Salute, predisponendo una bozza che dovrà ora essere esaminata dalle Regioni ed eventualmente approvata in Conferenza Stato-Regioni. Rappresenterà il baedeker per la preparazione di una risposta nazionale alle pandemie influenzali (ma non solo) che dovessero arrivare e aggiorna e sostituisce il precedente piano risalente al 2006.

Molte le questioni considerate, tra le quali quella molto controversa della pianificazione “eticamente e clinicamente corretta” di chi scegliere chi curare in caso di scarsità di risorse. In una prima stesura del piano era stato privilegiato il cosiddetto “principio di beneficialità”. Ossia: i sanitari hanno sempre l’obbligo di fornire le migliori e più appropriate cure ragionevolmente possibili, ma se la scarsità rende le risorse insufficienti rispetto alle necessità, i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio rispetto a chi presenta un quadro clinico gravemente compromesso. Un passaggio che – nella bozza ora all’esame delle Regioni – è stato molto rivisitato e alleggerito: il testo prevede ora che il medico (o l’operatore sanitario), agendo in scienza e coscienza, “valuta caso per caso il bisogno clinico dei pazienti secondo i criteri clinici di urgenza, gravosità e efficacia terapeutica, nel rispetto degli standard dell’etica e della deontologia professionale” e che “gli interventi si basano sulle evidenze scientifiche e sono proporzionati alle condizioni cliniche dei pazienti, dei quali è tutelata la dignità e riconosciuta l’autonomia”.

Gli obiettivi generali del Piano sono sostanzialmente quattro: proteggere la popolazione, riducendo il più possibile il potenziale numero di casi e quindi di vittime della pandemia in Italia e nei cittadini italiani che vivono all’estero; tutelare la salute degli operatori sanitari e del personale coinvolto nell’emergenza; ridurre l’impatto della pandemia influenzale sui servizi sanitari e sociali e assicurare il mantenimento dei servizi essenziali e infine preservare il funzionamento della società e le attività economiche

A questi si affiancano quattro obiettivi specifici: pianificare le attività in caso di pandemia influenzale;  definire ruoli e responsabilità dei diversi soggetti a livello nazionale e regionale per l’attuazione delle misure previste; fornire strumenti per una pianificazione regionale per definire ruoli e responsabilità dei diversi soggetti a livello regionale e locale per l’attuazione delle misure previste dalla pianificazione;   sviluppare un ciclo di formazione, monitoraggio e aggiornamento continuo del piano per favorire l’implementazione dello stesso e, infine, monitorare l’efficienza degli interventi intrapresi.

Tra i punti chiave della corposa bozza del documento (140 pagine) ci sono ovviamente i vaccini, definiti “le misure preventive più efficaci, con un rapporto rischi/benefici particolarmente positivo”, con “un valore non solo sanitario, ma anche etico intrinseco di particolare rilevanza”. Beni preziosi, dunque, che devono essere distribuiti secondo “criteri trasparenti, motivati e ragionevoli”,  rispettando i principi etici e costituzionali di uguaglianza ed equità e “bilanciando i rischi diretti e indiretti con specifica attenzione a evitare un impatto negativo per chi è più vulnerabile sul piano bio-psico-sociale”.  Ma il documento sottolinea anche la necessità di spiegare con chiarezza ai cittadini  “i benefici e gli eventuali limiti della vaccinazione (…), anche sottolineando che i vaccini non sostituiscono la prevenzione mediante altre misure atte a garantire nelle pandemie il contenimento della diffusione e protezione dal virus”.
Gli step di contrasto all’influenza pandemica ricalcano lo schema dell’Oms, che individua  quattro distinte fasi che debbono essere affrontate con azioni e interventi mirati: durante la fase interpandemica, che corrisponde al periodo tra le diverse pandemie influenzali, va assicurata l’attività di sorveglianza epidemiologica delle sindromi simil-influenzali e virologica dell’influenza. Nella fase di allerta, che corrisponde a quella in cui l’influenza causata da un nuovo sottotipo è identificata nell’uomo, bisogna intensificare la sorveglianza epidemiologica e virologica e integrarla con un’attenta valutazione del rischio, a livello locale, nazionale e globale.

Nella fase pandemica propriamente detta, che corrisponde al periodo di diffusione globale dell’influenza umana causata da un nuovo sottotipo, vanno incrementate le capacità diagnostiche specifiche per il patogeno di riferimento e modulata la fornitura di prodotti terapeutici in funzione delle evidenze scientifiche disponibili per il trattamento, assicurando “la disponibilità di Dpi al fine di proteggere gli operatori sanitari che operano in prima linea”. 

L’ultima fase, detta di transizione, è quella della diminuzione del rischio a livello globale, nella quale si possono ridurre gli interventi di contrasto per spostarli verso azioni di recupero, in base a specifiche valutazioni del rischio e delle situazioni.
Il documento riserva il giusto spazio alle “lezioni” imparate durante il 2020 dall’epidemia Covid, in particolare per quanto riguarda l’efficacia di misure come l’uso delle mascherine e il distanziamento, valide anche contro l’influenza (come peraltro attestano i numeri della stagione influenzale in corso, molto più bassi di quelli della stagione precedente).  “Si è visto che le mascherine chirurgiche o quelle di comunità, quando usate correttamente da tutti, insieme alle altre misure di prevenzione, esplicano un sostanziale effetto di popolazione nel ridurre la trasmissione dell’infezione” si legge al riguardo nella bozza di Piano “e, come suggerisce l’esperienza australiana, le misure di distanziamento fisico sono state in grado di minimizzare l’impatto dell’influenza stagionale e potrebbero quindi mitigare, almeno in parte, il decorso di una pandemia influenzale”.

Proprio l’uso delle mascherine, che devono essere rese sempre disponibili per tutti, cittadini e operatori, è la prima e principale “indicazione pratica” del documento, seguita da quelle di effettuare esercitazioni, assicurare la formazione continua degli operatori sanitari, assicurare una produzione tempestiva di Dpi (dispositivi di Protezione individuali), assicurare un aumento tempestivo dei posti letto nelle terapie intensive durante la crisi e garantire riserve di vaccini e farmaci antinfluenzali a livello nazionale.

Dopo l’emergenza Covid, il nuovo Piano pandemico, una volta approvato, dovrebbe guidare le azioni del governo, degli operatori sanitari, del mondo socioeconomico e della popolazione stessa per consentire un ritorno alle normali attività, tenendo conto della possibilità di nuove ondate dell’epidemia.

 

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