Antibioticoresistenza e varianti Covid al centro del G7 dei ministri della Salute

Antibioticoresistenza e varianti Covid al centro del G7 dei ministri della Salute

Roma, 19 febbraio – Il ministro della Salute Roberto Speranza ha partecipato ieri pomeriggio al G7 dei ministri della Salute dedicato alla lotta all’antibiotico-resistenza (Amr, Antimicrobial resistance). Il confronto si è anche soffermato sulla situazione della pandemia di Covid 19 e, in particolare, sull’emergere delle nuove varianti.

Nei contributi dei ministri, del commissario europeo e di tutti gli altri intervenuti, è stato fatto il punto della situazione sulle iniziative contro l’antibiotico-resistenza giudicata come una delle principali sfide globali per la tutela della salute.

Roberto SperanzaTra i temi trattati nel suo intervento, il ministro Speranza (foto a sinistra) ha sottolineato l’esigenza di “puntare ad investimenti pubblici e privati, anche a livello internazionale, per ‘disconnettere’ la ricerca sull’antibiotico-resistenza dalle sole dinamiche commerciali”.

L’Amr resta una delle maggiori sfide per la salute globale e non può né deve passare in secondo piano nemmeno in questo periodo difficile per i sistemi sanitari di tutto il mondo: “Durante l’emergenza Covid-19 è importante non dimenticarsi di questa ‘pandemia minore’, per cui però non esistono vaccini” spiega Annalisa Pantosti, direttrice del Reparto antibiotico-resistenza e patogeni speciali dell’Istituto superiore di sanità. “L’antibiotico-resistenza è un problema che ci accompagnerà per gli anni a venire”.

Il pericolo era stato preconizzato dallo stesso scopritore del primo antibiotico, Alexander Fleming , che già nel 1948 aveva messo in guardia dai rischi legati a un impiego sconsiderato di queste molecole: “Potrebbe arrivare un momento in cui la penicillina sarà acquistabile da chiunque nelle farmacie” disse nel discorso di ringraziamento tenuto in occasione della consegna del Premio Nobel per la medicina. “C’è quindi il rischio che una persona ignorante possa somministrarsi una dose non sufficiente a uccidere tutti i microbi, rendendo quest’ultimi resistenti”.

Previsioni che, purtroppo, si sono avverate. Dalla scoperta di Fleming in poi, l’utilizzo degli antibiotici – in ambito sia umano sia animale – è cresciuto a dismisura. E, con esso, anche le Amr hanno registrato una analoga crescita.  I due fenomeni, strettamente interdipendenti, potrebbero ancora crescere: uno studio dei Center for Disease Dynamics, Economics & Policy ha messo in evidenza un incremento del 65 per cento del consumo a livello globale tra il 2000 e il 2015 e predetto un ulteriore aumento del 200 per cento entro il 2030.

L’Italia è uno dei Paesi economicamente più avanzati dove l’eccessivo impiego di antibiotici rappresenta un problema. Secondo i risultati dell’ultimo rapporto OsMed dell’Aifa sull’uso di questi farmaci in Italia, nel 2019 circa 4 italiani su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione per un trattamento di questo tipo. Nonostante il trend sia in diminuzione rispetto agli anni precedenti il consumo di antibiotici in Italia continua a essere nettamente superiore alla media europea. essenzialmente per un problema di appropriatezza prescrittiva.

Diverse evidenze incluse nel rapporto OsMed suggeriscono infatti che una porzione significativa degli antibiotici consumati nel nostro Paese è utilizzata nell’ambito di malattie per cui questi risultano inutili. Ad esempio, una delle fasce di età in cui vengono prescritti più antibiotici è quella tra i 2 e i 6 anni, con una percentuale che arriva a raggiungere il 50 per cento. Considerato che la maggior parte delle infezioni che colpisce i bambini in quella fase della crescita è causata da virus e non può essere trattata con antibiotici è molto probabile che il loro utilizzo in questo contesto costituisca un abuso.

Altri due elementi, infine, mettono in evidenza un possibile utilizzato inappropriato di questi farmaci. In primo luogo il rapporto Osmed mostra come l’andamento del consumo di antibiotici in Italia sia collegato al numero di casi di influenza. E anche questo, come spiega Annalisa Pantosti, direttrice del Reparto antibiotico-resistenza e patogeni speciali dell’Istituto superiore di sanità (foto a destra), “mette in luce un uso errato, perché evidentemente gli antibiotici vengono assunti per curare infezioni respiratorie che, come sappiamo, sono di origine virale e hanno quindi poco a che fare con gli antibiotici”.

Un’ulteriore conferma è arrivata proprio in occasione dell’emergenza pandemica dell’ultimo anno: nei primi sei mesi del 2020, l’uso a livello territoriale di questi farmaci è crollato, raggiungendo a maggio una riduzione del 50%  rispetto agli anni precedenti. Un dato che, secondo l’esperta dell’Iss, “è  indicativo di un minore utilizzo inappropriato associato alla ridotta incidenza di infezioni respiratorie registrata quest’anno”.

Purtroppo l’uso inappropriato dei farmaci antimicrobici è uno dei fattori che contribuisce a rendere l’Italia uno dei Paesi europei che contribuiscono maggiormente alla diffusione di batteri resistenti. Il Piano nazionale di contrasto dell’Antimicrobico-resistenza 2017-2020 (Pncar), che prevedeva una serie di obiettivi da raggiungere entro la fine dello scorso anno. avrebbe dovuto essere lo strumento per arginare il problema, attraverso il raiungimento di obiettivi come la riduzione del 10 per cento del consumo in ambito territoriale e del 5 per cento in ambito ospedaliero, una riduzione del 10 per cento del consumo di fluorochinoloni – la classe di antibiotici che presenta i tassi di resistenza più elevati –, una riduzione del 30 per cento del consumo in ambito veterinario e molti altri.

Obiettivi che però non sono stati purtroppo raggiunti, tranne quello relativo all’utilizzo dei fluorochinoloni, lasciando l’Italia  ancora lontana dalla media dei Paesi europei.

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