Obesità, conferme dall’antidiabetico semaglutide, riduce il peso del 20%

Obesità, conferme dall’antidiabetico semaglutide, riduce il peso del 20%

Roma, 23 febbraio – Si chiama semaglutide, è un farmaco impiegato nella cura del diabete (è infatti utilizzato per aumentare la produzione di insulina) e potrebbe essere un game changer, un punto di svolta nella cura all’obesità: da uno studio condotto su circa duemila persone obese e i cui risultati sono stati pubblicati qualche giorno fa su NEJM emergerebbe infatti che la molecola è in grado di determinare una riduzione fino al 20 per cento del peso corporeo registrato a inizio trattamento. Un risultato finora mai raggiunto da altri farmaci (in molti casi presentati come “miracolosi”) utilizzati nella lotta ai chili di troppo e osservato soltanto in pazienti sottoposti a un intervento di chirurgia bariatrica, alla quale oggi si ricorre anche per risolvere le complicanze indotte dall’obesità.

Allo studio hanno preso parte, per la precisione, 1.961 adulti in sovrappeso o obesi provenienti da 16 diversi Paesi sparsi in tutti i continenti. Condizione necessaria era che il loro indice di massa corporea (Bmi) fosse uguale o superiore a 30 (i dati medi finali riferiscono un peso di 105 chili e un Bmi di 38) e che nessuno fosse già ammalato di diabete. Un aspetto essenziale sia per evitare di intervenire su pazienti che presentavano già una delle conseguenze dell’obesità e sia per utilizzare semaglutide al di fuori di quelle che sono le attuali indicazioni terapeutiche. Partendo da questi presupposti, i ricercatori hanno suddiviso i pazienti in due gruppi. Obbiettivo: verificare l’efficacia di un’iniezione settimanale di semaglutide (abbinata a un intervento sullo stile di vita) rispetto al placebo nella perdita di peso.

La sperimentazione è andata avanti per 16 mesi, al termine dei quali i medici hanno osservato una perdita (media) di oltre 15 chili e di 5.5 punti di Bmi nei pazienti trattati farmacologicamente. Dati sigVisualizza immagine di originenificativi, rispetto agli stessi rilevati nel gruppo di controllo (-2.6 chili e -0.92 di Bmi).

Nel complesso, oltre un paziente su tre (35%) in trattamento con semaglutide ha visto calare il proprio peso almeno di un quinto (20%), risultato mai raggiunto dagli altri farmaci autorizzati per il trattamento dell’obesità.

“Finora, con la terapia farmacologica, non siamo mai riusciti a determinare un dimagrimento superiore al 10 per cento del peso di partenza” spiega Luca Busetto (foto a sinistra),  professore associato di medicina interna all’Università di Padova e presidente eletto della Società italiana dell’Obesità. Si tratta dunque di un risultato senza precedenti, accompagnato dalla riduzione di diversi fattori di rischio: dalla misura della circonferenza addominale ai livelli di zuccheri e grassi nel sangue, oltre che della pressione sanguigna. Complessivamente, i pazienti hanno riportato un miglioramento della qualità della vita proporzionale alla riduzione del peso corporeo. Oltre a stimolare la produzione di insulina da parte del pancreas, così da accelerare il metabolismo dei carboidrati dopo i pasti, semaglutide agirebbe sui centri ipotalamici della fame e della sazietà, con il risultato di aiutare le persone a mangiare meno e a ridurre l’apporto calorico.Visualizza immagine di origine

“Per la prima volta le persone obese possono raggiungere un risultato finora possibile ricorrendo alla chirurgia bariatrica” ha precisato Rachel Batterham (foto a destra), responsabile del Centro per la ricerca e il trattamento dell’obesità dell’University College di Londra e tra gli autori dello studio.

L’intervento chirurgico, però,  non può essere considerato la soluzione per tutti. Per i rischi che in alcuni casi portano a sconsigliarne l’uso e perché comunque l’Italia non riesce a far fronte alla richiesta, come dicono chiaramente i numeri: nel nostro Paese vengono effettuati ogni anno quasi 25mila interventi per trattare chirurgicamente l’obesità. a fronte di una platea di persone affette da una grave obesità non inferiore alle 60 mila (l’1% della popolazione). L’arrivo di nuovi farmaci efficaci nella riduzione del peso corporeo sarebbe dunque una preziosa opportunità terapeutica.

“Anche perché, nelle persone alle prese con questo problema, la sola correzione dello stile di vita assicura al massimo la perdita del cinque per cento del peso corporeo” spiega ancora Busetto. Senza trascurare i rischi legati al cosiddetto “effetto rebound”, che nella maggior parte dei casi porta a vanificare lo sforzo compiuto e a recuperare i chili persi. Decisivi in chiave preventiva, la correzione delle abitudini alimentari e l’incremento dell’attività fisicanon bastano a fronte di condizioni di obesità gravi.  “L’obesità è una malattia multifattoriale e, come tale, non dipende soltanto da ciò che una persona mangia” chiarisce sempre Busetto. “A ciò occorre aggiungere la tendenza a recidivare. Quando una persona perde peso, si attivano dei meccanismi compensatori che la portando a riavvicinarsi al peso di partenza”.

Visto l’esito della fase 3 della sperimentazione, considerando che altri studi su semaglutide sono alle battute finali, il farmaco potrebbe presto entrare a far parte dell’arsenale terapeutico con cui curare l’obesità. In prima battuta, semaglutide potrebbe essere utile in prima battuta per i pazienti con un Bmi compreso tra 30 e 40. Per le condizioni di obesità più gravi, invece, l’approccio più efficace continuerebbe a essere quello chirurgico.

“Il calo di peso più significativo si osserva di solito nei primi sei mesi, ma in realtà già dopo 60 giorni ci si rende conto se la terapia con semaglutide funziona o meno”  conclude Busetto. “L’obesità è una malattia cronica, alla pari dell’ipertensione e del diabete. Ragion per cui il trattamento è destinato a durare per tutta la vita, con eventualmente delle fasi in cui potrebbe essere possibile ridurre il dosaggio della molecola“.

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