Occhio ai meme, sono spesso armi di disinformazione pericolose e subdole

Occhio ai meme, sono spesso armi di disinformazione pericolose e subdole

Roma, 25 febbraio – Occhio ai meme, quei tormentoni che si diffondono in modo virale nei nostri smartphone, in genere ben più cialtroni del loro nome di nobile etimologia, strappandoci non di rado un sorriso. Che si tratti di un’immagine divertente corredata da una frase stupida o un video demenziale e spiazzante, i meme non sono infatti innocui come potrebbero sembrare. Anzi, la loro velocità, il fatto di essere facilissimi da creare e di trasmettere con efficacia un messaggio elementare, ma anche la caratteristica di essere difficili da identificare dai programmi di intelligenza artificiale  li rende qualcosa di altro e di diverso da un mezzo simpatico per prendere in giro il politico, il campione sportivo o il cantante di turno, per farne invece l’arma di assalto preferita da  chi diffonde false informazioni e alimenta teorie del complotto.

Un’idea di quanto devastanti possano essere i meme arriva dal giornale online americano Axios, che si sofferma sul loro effetto, ben testimoniato dagli esiti di una ricerca della società di media intelligence Zignal Labs, secondo la quale sono proprio i meme il mezzo privilegiato per la disinformazione sul vaccino anti-Covid, e non i deepfakes, ancora troppo complicati da creare a livello massivo. L’esempio paradigmatico, riferisce Axios,  è quello che rappresenta l’immagine del circuito elettrico del pedale di una chitarra (riprodotto nella foto del  titolo), spacciato come il microchip segreto iniettato insieme al vaccino per controllare le persone. Il problema è che sono davvero in tanti a crederci: alla fine di dicembre, il meme in questione ha spinto migliaia di utenti a parlare di un complotto che legherebbe il Covid-19 al 5G.

Le conseguenze sono gravi, e lo dimostra un altro studio pubblicato a inizio febbraio su Nature Human Behaviour. Dopo essere state esposte a questo tipo di disinformazione, le persone intenzionate a vaccinarsi sono diminuite. Un calo conteggiato in 6,2 punti percentuali (da giugno a settembre) per l’Inghilterra e in 6,4 punti per gli Stati Uniti.

La pericolosità dei meme, come prima accennato, risiede anche nel fatto che riescono a sfuggire ai programmi automatizzati che sorvegliano i contenuti postati sui social. L’intelligenza artificiale riesce a identificare frasi dal contenuto sospetto, è in grado di individuare immagini proibite, ma fa ancora fatica quando le due cose sono unite.

Secondo gli esperti contattati da Axios, il problema presenta diversi aspetti, tecnici e culturali. Tra i primi c’è ad esempio il riconoscimento dell’immagine, al cui interno può essere  il testo può essere inserito un testo in modo inatteso, con forme strane e dimensioni diverse delle lettere, cosi che il sistema stenta a riconoscerle e processarle. Ma ancora più ardui sono gli ostacoli della decodifica “culturale” del meme, che in prevalenza sceglie chiavi  ironiche, costituisce di per sé un messaggio scherzoso, fondato sulla satira. Questo – come annota costituisce un ostacolo insuperabile per le macchine (e a volte anche per molte persone che non hanno il necessario background e non colgono i diversi livelli di ironia. Non a caso i meme hanno successo soprattutto nelle bolle), che non funzionano come il cervello umano e non sono dotate di buon senso.

Per contrastare la minaccia della disinformatija da meme, dunque, non servono algoritmi ma persone capaci di controllare e identificare, valutare e capire la pericolosità di un meme. In questa direzione si stanno muovendo i giganti del web:  Facebook ha avviato la  “hateful memes challenge, una vera e propria gara globale – con premi monetari – di cacciatori di meme. Twitter ha messo in campo Birdwatch (ancora in fase di sperimentazione), in cui è la comunità stessa degli utenti a segnalare, con note indicative ed esaustive, i messaggi che considera falsi, pericolosi e ingannevoli. Basterà? Quasi certamente no. Ma intanto è un inizio.

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