Mascherine Ffp 2 “farlocche”, indaga l’Olaf. E Fofi e Federfarma chiedono chiarimenti

Mascherine Ffp 2 “farlocche”, indaga l’Olaf. E Fofi e Federfarma chiedono chiarimenti

Roma, 5 marzo – In questi giorni stanno emergendo notizie preoccupanti sulla circolazione di mascherine Ffp2 irregolari sul mercato nazionale. L’allarme, partito dalla Germania, viene confermato da consulenti specializzati e dagli stessi enti che vengono chiamati a certificare le mascherine. Della questione si  sta occupando anche l’Olaf, l’organismo antifrode dell’Unione europea, che avrebbe nel mirino l’attività di una società turca, la  Universalcert,  che rilascia i certificati di conformità con il numero CE2163.

Alcune anomalie della società turca, dovute a un’attività di certificazione troppo intensa se rapportata a società analoghe con sede in Europa, sono state rilevate e segnalate dalla Germania, ma anche da verifiche svolte da una società altotesina è poi emerso che molte mascherine certificate con la stringa CE2163 non offrono sufficienti garanzie di protezione.

La Universalcert, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera nei giorni scorsi,  non convalida soltanto certificati per aziende asiatiche, ma anche per società europee e italiane. Questo sarebbe legato ai lunghi tempi di attesa degli enti europei in grado di certificare le mascherine, che sono troppo pochi e con una montagna di dispositivi da validare. “Per un certificato bisogna attendere diversi mesi, mentre in Turchia bastano poche settimane” ha afferma Stefania Gander, titolare di un’impresa che produce mascherine in Piemonte, evidenziando come il fattore tempo giochi un ruolo cruciale nelle vicenda, dal momento che ogni imprenditore ha tutto l’interesse a immettere i suoi prodotti nel mercato il prima possibile.

L’Olaf, in ogni caso, intende indagare a fondo e verificherà i test sulle mascherine effettuati dalla società altotesina su molti dispositivi prelevati a campione nei rivenditori autorizzati in Italia.

Anche dalla Spagna, però, arrivano conferme che qualcosa non va. I risultati di test eseguiti in laboratori spagnoli parlano chiaro: buona parte delle mascherine Ffp2 analizzate non rispondono agli standard richiesti. Molte, riferisce sempre il Corriere della Sera,  non hanno superato il test del cloruro di sodio e della paraffina per la verifica del filtraggio e alcune nemmeno quello del contenimento del respiro.

Con migliaia di mascherine inefficaci sul mercato europeo, spetterà all’Olaf chiarire se la responsabilità è dei produttori, oppure della società di certificazione turca Universalcert. Che, nel frattempo, parla di un complotto ai suoi danni organizzato dalle aziende produttrici.

Un’altra vicenda  ha fatto però molto rumore, questa tutta consumatasi all’interno dei nostri confini nazionali. Si tratta dell’operazione condotta dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma sulle mascherine acquistate dalla Cina nella prima fase dell’emergenza coronavirus. I militari del Comando provinciale di Roma hanno eseguito l’ordinanza di applicazione degli arresti domiciliari nei confronti di Andelko Aleksic, 41 anni, Vittorio Farina, 66 anni, già attivo nel settore della carta stampata, e Domenico Romeo, 51 anni, indagati, a vario titolo, per frode nelle pubbliche forniture e truffa aggravata nonché, Aleksic e Farina, anche per traffico di influenze illecite. L’autorità giudiziaria ha, inoltre, disposto il sequestro preventivo del profitto dei reati contestati, per un importo di quasi 22 milioni di euro, a carico dei tre arrestati e della società milanese European network Tlc Srl, nei cui confronti è stata emessa la misura interdittiva del divieto di contrarre con la pubblica amministrazione.

A seguito di una segnalazione dell’agenzia regionale della Protezione civile del Lazio alla procura di Roma, i finanzieri del Gruppo Tutela spesa pubblica del Nucleo di Polizia economico-finanziaria hanno ricostruito le vicende relative alla fornitura di cinque milioni di mascherine Ffp2 e 430.000 camici alla Regione Lazio da parte della European Network Tlc nella prima fase dell’emergenza sanitaria (tra marzo e aprile 2020), per un prezzo complessivo di circa 22 milioni di euro.

A fronte dei contratti sottoscritti, che prevedevano la consegna di dispositivi di protezione individuale marcati e certificati Ce, rientranti nella categoria merceologica di prodotti ad uso medicale, l’impresa milanese facente capo ad Aleksic, attiva fino a marzo 2020 soltanto nel settore dell’editoria ha, dapprima fornito documenti rilasciati da enti non rientranti tra gli organismi deputati per rilasciare la specifica attestazione e, successivamente, per superare le criticità emerse durante le procedure di sdoganamento della merce proveniente dalla Cina, ha prodotto falsi certificati di conformità forniti da Romeo anche tramite una società inglese a lui riconducibile, ovvero non riferibili ai beni in realtà venduti.

Si tratta, indubbiamente, di notizie preoccupanti, sulle quali, ovviamente, c’è chi ha chiesto lumi e spiegazioni al ministro della Salute, Roberto Speranza, per sapere quale sia la situazione e quali e quanti siano i rischi di acquistare Ffp 2 “farlocche” sul mercato italiano. Dal titolare del dicastero è arrivata in buona sostanza solo una professione di fiducia nei controlli dell’Inail, niente di più e niente di meno, almeno un momento.

Sulla delicatissima questione sono subito intervenute anche la Fofi e la Federfarma, che hanno richiesto alle amministrazioni competenti chiarimenti “in merito ai casi relativi alla presunta circolazione in Europa e in Italia di mascherine con certificazioni irregolari o contraffatte”. 

Si tratta di notizie che, se confermate, osservano le due sigle di categoria. “rischiano di incidere negativamente sulla fiducia dei cittadini nei dispositivi di protezione, che costituiscono oggi più che mai un elemento fondamentale del sistema di prevenzione del contagio, nonché di mettere in difficoltà le farmacie e i farmacisti, a cui sicuramente non compete l’accertamento della veridicità delle certificazioni rilasciate da enti che risultano autorizzati a livello europeo e sono la condizione per la loro commercializzazione”.

Fofi e Federfarma, si legge in una nota diffusa ieri,  “attendono con fiducia dalle autorità competenti tempestive indicazioni per poter fornire informazioni corrette ai cittadini”.

Nel frattempo, il consiglio delle autorità ai cittadini è quello di acquistare i dispositivi di protezione individuale  presso farmacie o supermercati fidati,  verificando sempre la validità dei prodotti attraverso il controllo del marchio CE dell’Unione europea che li certifichi come a norma e che deve sempre contenere un codice a quattro cifre.

Proprio questo codice  può essere inserito su un sito della Ue per verificare qual è l’azienda che ha rilasciato il nulla osta alla messa in commercio di quella specifica mascherina. Lo strumento è una sorta di motore di ricerca che si interfaccia con Nando (che non è nient’altro che l’acronimo di  New Approach Notified and Designated Organisations, banca dati che contiene le informazioni relative a tutte le aziende e gli enti autorizzati a rilasciare certificazioni per i prodotti in ambito europeo9.

Strutturata come una lista omnicomprensiva, la banca dati in sé non serve a molto a chi cerca risposte sulle mascherine che ha acquistato. Attraverso il relativo motore di ricerca è iperò possibile collegare il dispositivo di protezione che si ha a disposizione con l’ente che l’ha certificato, utilizzando il codice a 4 cifre apposto dopo il marchio CE stampato sulla mascherina di cui si è già detto.

Il codice leggibile sui dispositivi va immesso nella prima casella di testo, ovvero nella sezione All legislation e accanto alla voce Keyword on notified body number. Premendo il tasto invio o toccando il pulsante search dopo l’inserimento del dato si viene portati alla pagina dell’ente che ha rilasciato la certificazione. Il nome riportato tra i risultati di ricerca è un link alla relativa scheda: occorre seguire il collegamento e verificare innanzitutto che tra i dispositivi che l’ente è autorizzato a certificare ci siano i Personal protective equipment; in corrispondenza di quella voce si trova un ulteriore documento che si può consultare come pagina web o come Pdf, e che alla voce Products deve elencare la dicitura Equipment providing respiratory system protection. Se il codice non porta a nessun ente di certificazione, è probabile che il prodotto non sia stato veramente sottoposto a questo tipo di controlli di garanzia.

È bene però dire che in realtà lo stato di emergenza della prima fase della pandemia ha reso legale fabbricare e vendere Dpi in deroga alla normativa europea nel solo ambito sanitario, e ciò rende possibile che alcune mascherine in circolazione possano essere effettivamente prive della certificazione. Gli standard tecnici di fabbricazione di questi prodotti devono comunque essere rispettati e i relativi documenti devono essere inoltrati all’Inail che ne autorizza la commercializzazione.

Va anche detto che i prodotti contraffatti potrebbero comunque essere venduti con certificazione falsificata e risalente a un vero ente che però è all’oscuro dell’operazione: i delinquenti, si sa, sono purtroppo capaci di tutto e di più. Il che riporta la questione a quello che è il punto cruciale: la necessità di mantenere alta la vigilanza e il controllo su beni ormai diventati fondamentali per tutti i cittadini. Aiuterebbe anche, come deterrente, intervenire sulla correlazione tra reato e pena: la contraffazione per motivi di lucro delle mascherine, infatti, non può essere rubricata come una semplice truffa. Consideriamola per quello che è : tentato omicidio, o — ancora meglio – tentata strage, applicando le pene conseguenti.  Forse i “mariuoli” come quelli pizzicati dalla Guardia di Finanza a Roma, valutando il rischio di marcire per tutta la vita in carcere, potrebbe pensare che – se proprio è necessario delinquere – tutto sommato è preferibile dedicarsi ad altri reati.

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