Disinformazione Covid: impera sul web, ma contagia anche media tradizionali e istituzioni

Disinformazione Covid: impera sul web, ma contagia anche media tradizionali e istituzioni

Roma, 26 aprile – Un fenomeno di tali dimensioni non si era mai visto prima: cinquanta milioni di italiani, pari al 99,4% degli italiani adulti, hanno cercato informazioni sulla pandemia. Che è è così diventata il caso esemplare di come un evento improvviso e sconosciuto, ma tale da impattare trasversalmente sulla vita di tutta la popolazione, possa scatenare una domanda di informazione inedita a livello globale e, purtroppo, essere anche oggetto di tanta cattiva comunicazione  e delle sue inevitabili conseguenze, che nei migliori sono confusione, disinformazione e sconcerto sulle cose da fare. Restando in Italia, per il 49,7% della popolazione la comunicazione dei media sull’epidemia sanitaria è stata confusa, per il 39,5% ansiogena, per il 34,7% eccessiva. Solo il 13,9% pensa che sia stata equilibrata. Sono alcuni dati del Primo rapporto di Ital Communications (società di comunicazione strategica) e Censis su disinformazione e fake news durante la pandemia.

Il punto è che per la prima volta la pandemia ha trovato impreparati anche i media tradizionali, che hanno avuto difficoltà a governare un contesto di improvvisa moltiplicazione della domanda, in cui hanno giocato un ruolo fondamentale la novità della malattia e i dissidi evidenti tra virologi ed esperti vari su origine e forme del contagio e sulle modalità per tutelarsi e tutelare gli altri; tra autorità sanitarie nazionali, regionali e locali sulle indicazioni e le cose da fare in caso di sintomi; tra autorità politiche di ogni livello sulle decisioni rilevanti da prendere per fare fronte all’emergenza.

In questo quadro di bulimia comunicativa, il web ha avuto spazi immensi rimane e alla fine è stato (ed è) l’ambiente privilegiato di produzione, sviluppo e diffusione di fake news e disinformazione: 29 milioni di italiani dichiarano che durante la situazione di emergenza sanitaria si sono imbattuti sul web in notizie poi rivelatesi false o sbagliate. Oggi il web è frequentato soprattutto dai più giovani e dai più scolarizzati.

Attenzione però: man mano che quote crescenti di popolazione si affacciano al digitale, superando il cosiddetto digital divide, cresce il numero di italiani che sono esposti al rischio di rimanere vittima di manipolazione informativa e aumenta l’information gap tra chi è in grado di decodificare e selezionare le buone dalle cattive notizie e chi non lo è: basti pensare che il 38,6% degli italiani è convinto che il virus sia stato intenzionalmente creato in un laboratorio da cui è sfuggito, ma tra chi ha al massimo la licenza media la quota sale al 49,2%.

Una volta c’erano le agenzie di comunicazione, le agenzie di stampa, i cronisti che filtravano le notizie da inviare ai giornali, alla televisione, alla radio e si facevano garanti dell’affidabilità e della qualità delle notizie. Con il web la filiera dell’offerta di comunicazione si ampliata e si è accorciata, al punto che produzione, distribuzione e consumo ormai coincidono: nella rete sono gli stessi utenti finali a produrre e condividere le notizie facendole girare sul web in un processo di democratizzazione di massa cui tutti partecipano. Un processo che garantisce libertà e pluralismo, ma che ha anche un rovescio della medaglia, perché nella filiera corta della comunicazione via web sono saltati i soggetti dell’intermediazione, che garantivano una verifica e una selezione delle notizie.

In altre parole, nel mondo del web le agenzie di comunicazione, le agenzie di stampa e in molti casi anche i giornalisti non sono più indispensabili, con risultati che non sempre soddisfano gli utenti, che chiedono pene più severe per chi diffonde deliberatamente notizie false (56,2%), obbligo per le piattaforme di rimuovere le fake news (52,2%), obbligo di fact checking sui social media (41,5%) e campagne di educazione e sensibilizzazione sull’uso consapevole dei social (34,7%).

Ma il coronavirus ha dimostrato che la cattiva comunicazione può contagiare anche istituzioni e media tradizionali, per cui vecchi e nuovi media hanno sempre più bisogno di figure esterne, autorevoli e competenti, che garantiscano sulla affidabilità e sulla qualità delle notizie che veicolano. E i professionisti che lavorano nelle agenzie di comunicazione rappresentano un anello della filiera indispensabile per garantire buona comunicazione.

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