Decreto Covid, approvazione definitiva alla Camera, lo scudo penale diventa legge

Decreto Covid, approvazione definitiva alla Camera, lo scudo penale diventa legge

Roma, 26 maggio – Con 311 voti favorevoli, 47 contrari e due astenuti, l’Aula della Camera ha approvato definitivamente, convertendolo in legge, il decreto Covid già licenziato le scorse settimane dal Senato, senza modificarne il testo, nonostante i tentativi di Lega e Fratelli d’Italia di sopprimere l’obbligo di vaccinazione per gli esercenti le professioni sanitarie con la presentazione di tre emendamenti sostanzialmente identici, che sono stati però respinti a larghissima maggioranza dall’assemblea (334 voti contrari, 48 favorevoli e 12 astenuti).
La novità principale del provvedimento riguarda come è noto il cosiddetto scudo penale per gli operatori sanitari in relazione all’emergenza Covid, previsto non solo per la somministrazione dei vaccini ma anche (articolo 3 bis del provvedimento) per i medici e il personale sanitario in servizio durante l’emergenza Covid. La punibilità viene prevista solamente in caso di colpa grave, in particolare per i reati di omicidio colposo e lesioni personali colpose.

Introdotto attraverso un emendamento votato dal Senato, lo scudo  “copre” solo eventuali responsabilità in campo penale (ma non incide sul civile), introducendo tre fattori legati all’emergenza straordinaria causata dalla pandemia Covid di cui il giudice deve tenere conto. In primo luogo deve essere considerata la limitatezza delle conoscenze scientifiche a disposizione al momento del fatto sulla patologia e sulle terapie appropriate; va quindi considerata la scarsità delle risorse umane e dei materiali disponibili in relazione al numero dei casi da trattare e, infine, va tenuto conto del minor grado di esperienza e conoscenze tecniche del personale non specializzato impiegato per far fronte all’emergenza.

Lo scudo penale sarà in vigore fino alle fine dello stato d’emergenza, attualmente fissato al 31 luglio 2021. In un primo momento riguardava solo i soggetti che somministrano il vaccino contro il coronoavirus, ma la conversione in legge del decreto ha introdotto ce le stesse garanzie anche per i trattamenti medici relativi a Covid. Anche per quanto riguarda i medici, gli infermieri e il personale sanitario che somministra i vaccini l’articolo 3 prevede che questi soggetti vengano sollevati dalla responsabilità penale per omicidio colposo o lesioni personali colpose in caso di eventi conseguenti alla vaccinazione.

Si tratta di misure con le quali il legislatore ha voluto offrire garanzie volte a “rassicurare” in qualche modo il personale sanitario coinvolto in prima linea nello svolgimento delle attività di contrasto alla pandemia, con particolare riguardo appunto a quella (la vaccinazione) su cui sono concentrate le maggiori speranze per fermarla, introducendo uno strumento di legge in grado di scongiurare o almeno limitare fortemente iniziative giudiziarie che potrebbero in seguito rivelarsi affrettate, se non addirittura pretestuose.

Resta il fatto che – come evidenziato da molti commentatori, come l’avvocato Federico Mongiello dello studio Sediva di Roma, il panorama legislativo già forniva una protezione al “somministratore”, considerando che lo “statuto della responsabilità dei professionisti ” – così come disciplinato dagli art. 5, 6 e 7 della legge 24/2017 – si fonda sul principio per il quale non può considerarsi responsabile chi si sia comportato correttamente e abbia diligentemente rispettato le linee guide e le buone pratiche assistenziali. E, al riguardo, non sarà inutile ricordare che la corretta somministrazione di un vaccino – che altro non è che un’iniezione intramuscolo (generalmente)
sul deltoide – non comporta autentici rischi operativi, mentre eventuali reazioni avverse, laddove oggetto di corretta e doverosa  informativa preventiva, non possono certo essere imputate all’operatore, in presenza di farmaci
preventivamente autorizzati dalle autorità competenti.
L’impianto normativo, insomma, prevede un’ampia protezione ai professionisti che somministrano i vaccini, senza necessità di un qualunque “scudo” di responsabilità, del quale – peraltro – sempre Mongiello evidenzia  calmeno due criticità: la prima riguarda la configurazione di un nesso causale (il rapporto tra la condotta e l’evento cagionatosi) tra l’inoculazione del vaccino e il sorgere di una patologia, dato che la causalità presuppone evidentemente una ricostruzione eziologica molto stringente al di là di ogni ragionevole dubbio e non sicuramente una mera associazione temporale tra eventi. La seconda riguarda invece la necessità di ravvisare un comportamento colposo in capo al sanitario che ha somministrato il vaccino, e si tratta  del presupposto necessario perché possa muoversi un rimprovero al soggetto agente.
“Nell’ipotesi in cui la responsabilità colposa dell’operatore sanitario sia a lui addebitabile a titolo di imperizia” spiega Mongiello “la legge ne esclude la punibilità quando siano rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida , ovvero (in mancanza di queste) le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che “la raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto (art- 590 sexies comma 2 c.p.)”.
Qualora, pertanto, l’operatore sanitario si limiti a somministrare un vaccino debitamente approvato dalle autorità competenti e nel rispetto delle modalità prescritte, sembra francamente molto remota – almeno a giudizio dell’esperto – ogni possibilità di fondare a suo carico un qualsiasi profilo di responsabilità. Tutto questo, ovviamente,  al netto di eventuali errori di conservazione o somministrazione.
Anche alla luce di queste considerazioni, dunque, la vera ragion d’essere del supposto “scudo” approvato ieri in via definitiva dalla Camera può essere arrivata nella volontà di scongiurare l’avvio di procedimenti penali o civili, che tuttavia – almeno nei casi  prima indicati – si tradurrebbero generalmente, sembra chiaro, in mere archiviazioni e/o pronunce di rigetto.
La conclusione di Mongiello è che in realtà non si pone tanto il problema dell’introduzione di uno “scudo” volto a prevenire forme di responsabilità men che improbabili, quanto piuttosto quello dell’interposizione di un barrage
all’avvio di iniziative giudiziarie naturalmente inopportune, esigenza quest’ultima che peraltro neppure l’introduzione di uno scudo penale sembra essere in grado di soddisfare appieno. Sollevando il legittimo interrogativo che sempre la newsletter di  Sediva, con Gustavo Bacigalupo e Matteo Lucidi, aveva già sollevato in un precedente articolo: ma si tratta proprio di uno “scudo”?

 

 

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