Scarsa aderenza terapeutica, colpa della polifarmacia? La risposta è la polipillola

Scarsa aderenza terapeutica, colpa della polifarmacia? La risposta è la polipillola

Roma, 17 settembre – Meno della metà dei pazienti con problematiche croniche, come ipertensione o dislipidemia, è adeguatamente aderente ai trattamenti prescritti e, come dimostrano i dati l’Osservatorio sull’uso dei farmaci in Italia dell’Aifa, dopo un anno dalla prima prescrizione, meno del 50% dei pazienti continua ad assumere con regolarità le medicine prescritte. Il problema annoso e fin qui irrisolto della scarsa aderenza alla terapia, sia essa  intenzionale  (ovvero frutto di una scelta consapevole del paziente di non seguire la terapia per le ragioni più disparate,  come l’interferenza del trattamento con le sue abitudini di vita o perché non si sente malato quando patologia di base come ipertensione e ipercolesterolemia sono asintomatiche), oppure non intenzionale (dovuta cioè alla non completa comprensione da parte del paziente della terapia prescritta, oppure a saltuarie dimenticanze o nella complessità degli schemi terapeutici, frequente nei soggetti anziani con più patologie croniche), è uno dei problemi della sanità pubblica, in ragione delle considerevoli conseguenze sanitarie, sociali ed economiche che ne conseguono.

La “colpa” di un fenomeno che non si riesce a contrastare adeguatamente  non è ovviamente solo del paziente. Oltre alla sua non infrequente scarsa disponibilità e convinzione, c’è infatti anche la scarsa disponibilità del medico a spiegare l’importanza di un’adeguata prevenzione e la sua inerzia nell’adeguare il trattamento. Se ne è parlato in occasione del 19° congresso nazionale della Siprec, la Società italiana per la prevenzione cardiovascolare, presieduta dal prof. Massimo Volpe, tenutosi ieri in virtual edition.

“Solo una parte, una quota insoddisfacente, dei nostri pazienti raggiunge il target di trattamento” ha affermato Giovambattista Desideri, consigliere Siprec e direttore della Cattedra di Geriatria dell’Università de L’Aquila (nella foto).  “In Italia, dove si contano 18 milioni di ipertesi, molti non assumono alcun farmaco e molti altri sono trattati in maniera non soddisfacente; mediamente nel nostro Paese circa il 60% dei pazienti ipertesi raggiunge l’obiettivo terapeutico (inferiore a 140/90 mmHg). Stesso discorso vale per la colesterolemia, meno di un terzo dei pazienti ad alto rischio raggiunge il target terapeutico (inferiore a 70 mg/dl di colesterolo Ldl)”.

Una situazione non proprio confortante, E siccome, per lapalissiano che possa suonare, i farmaci funzionano solo in chi li prende, è del tutto evidente che contrastare con efficacia la scarsa aderenza terapeutica non può non essere uno degli obiettivi primari di salute pubblica. Dal congresso Siprec, al riguardo, è venuta l’indicazione di concentrarsi su uno dei determinanti della mancata aderenza, forse il più importante, ovvero la complessità dello schema farmacologico. “Se mettiamo il paziente in condizione di dover assumere una manciata di farmaci al giorno”  ha detto in proposito Desideri “è piuttosto improbabile che possa seguire lo schema con precisione”.

Va dunque superato il problema di quella che lo stesso Desideri ha chiamato “polifarmacia”. “Oggi abbiamo a disposizione combinazioni di farmaci della stessa classe o di classi diverse che consentono di ridurre questo problema della ‘polifarmacia’, cioè di una terapia fatta di una manciata di pillole” ha affermato il professore. “Si stima che di norma per normalizzare la pressione servano in media dai due ai tre farmaci. Al paziente, tre farmaci possono sembrare tanti e addiritturaintimorirlo per le possibili reazioni indesiderate, anche se in realtà sono molto sicuri. Inserire in una sola compressa più farmaci, che agiscono potenziandosi reciprocamente, può essere un modo per superare i dubbi e le esitazioni da parte del paziente e aiutarlo a raggiungere gli obiettivi di prevenzione”.

L’efficacia della terapia di combinazione nella stessa compressa è ben codificata per la pressione arteriosa e le linee guida oggi la raccomandano, suggerendo di partire nella generalità dei pazienti con due farmaci nella stessa compressa per poi passare, se necessario, a una terapia di combinazione con tre farmaci, preferibilmente nella stessa compressa. Stessa cosa anche per i farmaci che riducono la colesterolemia. Con un solo un farmaco la probabilità di portare la colesterolemia al valore desiderato è modesta; aggiungendo un secondo farmaco questa probabilità aumenta considerevolmente e se questi due farmaci sono inseriti nella stessa pillola, questo facilita il paziente.

La novità degli ultimi anni è il concetto di polipillola, ovvero la possibilità di avere all’interno della stessa compressa farmaci di categorie di diverse, come quelli che riducono la pressione e la colesterolemia. “Queste combinazioni di farmaci di classi diverse (antipertensivi e ipolipemizzanti)” ha detto  ancora Desideri “hanno ormai profonde evidenze di efficacia e semplificano la gestione terapeutica del paziente. Dunque una soluzione ottima, ma non per tutti. Nonpossiamo trattare un paziente che non abbia mai assunto un farmaco antipertensivo o ipolipemizzante con unapolipillola; questa è invece un’ottima soluzione per i pazienti che stiano già assumendo quei principi attivi; riunire quei farmaci nella stessa compressa, semplificalo schema terapeutico e garantisce una maggior aderenza”.

I risultati di una meta-analisi presentata all’ultimo congresso della European Society of Cardiology e pubblicata su Lancet dimostrano che una polipillola contenente almeno due farmaci antipertensivi, una statina ed eventualmente aspirina a basse dosi, riduce del 48% il rischio di infarto miocardico,  del 41% di ictus e del 35% la morte per cause cardiovascolari in prevenzione primaria (cioè in soggetti che non avevano ancora avuto eventi cardiovascolari).

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