Firenze, compie 500 anni la farmacia dove nacque l’Accademia della Crusca

Firenze, compie 500 anni la farmacia dove nacque l’Accademia della Crusca

Roma, 5 gennaio – Avere cinque secoli sul groppone non è da tutti. E lo è ancora meno portare il peso di 500 anni onusti di gloria e di storia con fiera consapevolezza ma anche con l’ineffabile. elegante  nonchalance di chi – pur essendo parte integrante dello sviluppo di quello che è il primo collante di una nazione, la sua lingua – non se la tira per niente.

È davvero una bella storia, quella della farmacia All’insegna del Moro di Firenze, che celebra appunto il suo cinquecentesimo compleanno: era infatti il 1522 quando la spezieria traslocò (con il suo nome d’allora: “Spezieria all’insegna del Saracino”) là dove si trova ancora oggi, in Piazza San Giovanni angolo via Borgo San Lorenzo, in pieno centro storico, sotto l’ombra protettiva di Santa Maria del Fiore, della cupola di Brunelleschi e del battistero. Una location (chissà come la si sarebbe chiamata, allora…) privilegiata che certamente molto ha contribuito alla storia straordinaria di questa straordinaria “bottega” (e nessuno si adonti, se la chiamiamo così, ché bottega altro non è che un termine che arriva dritto, per corruzione lessicale, da apoteca: e tanto basti). Storia cominciata peraltro quasi tre secoli prima, nel 1265, quando la spezieria fu fondata, e si trattava delle prima a Firenze.  Passarono gli anni, anzi i secoli, fino a quando un rampollo della famiglia di  speziali che ne era proprietaria, e che di nome faceva Grazzini, cominciò a trasformare la bottega in qualcosa che andava ben oltre il luogo dove venivano approntati e venduti i medicamenti dell’epoca.
La spezieria Grazzini divenne infatti una sorta di “motore civico”, un luogo dove l‘intellighentsja dell’epoca di ritrovava per confrontarsi, discutere e fare cultura. I protagonisti del dibattito culturale dell’epoca (tra i quali Niccolò Machiavelli, per fare un nome) bazzicavano insomma  la bottega, soprattutto grazie all’intensa attività di uno dei suoi titolari Anton Francesco Grazzini (nel ritratto qui a fianco): chi volesse sapere qualcosa di più sul suo conto può utilmente accedere alla pagina che gli dedica Wikipedia.
Grazzini, speziale per scelta ma non di meno poeta e commediografo, cultore della lingua italiana, o meglio toscana (e per contro critico agguerrito e salace dell’uso del greco e del latino come armi sfoderate per imporre presunte primazie culturali), era soprattutto un infaticabile promotore e organizzatore culturale ante litteram. Fu proprio lui che, insieme ad altri 11 letterati del tempo, fondò nel 1540 l’Accademia degli Umidi, così detta dall’usanza dei suoi appartenenti di darsi un nome che richiamasse il mondo acquatico. Grazzini scelse per sé quello di Lasca, un pesce di fiume rapido e guizzante, proprio come la lingua ch’egli utilizzava nei suoi scritti.
L’Accademia degli Umidi –  dedita alle attività letterarie in particolare in lingua toscana, con un posto di riguardo per le opere dei prediletti Dante e Petrarca –  per un certo periodo ebbe anche  sede nel palazzo di Cosimo de’ Medici, anch’egli partecipe del sodalizio, al quale poi impose con un decreto il cambio di nome in Accademia fiorentina,
Tagliamo corto sulle successive vicissitudini di Grazzini, che dall’Accademia fiorentina (di cui fu in pratica il primo fondatore) venne espulso nel 1547, in seguito a una violenta polemica con alcuni accademici che sostenevano  che l’italiano derivasse dall’ebraico. Il Lasca, va detto per la storia, venne riammesso vent’anni più tardi, anche per i buoni uffici di un eminente accademico, Leonardo Salviati (tenetene a mente il nome), rimanendo poi accademico fiorentino fino alla morte, avvenuta nel 1584, all’età ragguardevole (per quei tempi) di quasi 80 anni.
Soltanto un anno dopo, al termine di una lunga stagione di polemiche e di litigate epocali (nel solco dell’inclinazione tutta toscana a inalberarsi facilmente e ad accapigliarsi per ogni pretesto ritenuto valido, senza mandarsela a dire), avvenne una frattura insanabile, con la fuoriuscita di un gruppo di accademici fiorentini guidati da Salviati (sì, proprio lui), che in opposizione a una certa pedanteria rimproverata all’Accademia fiorentina, aveva già dato vita nel 1583 a un gruppo informale di amici (la “Brigata dei Crusconi”) dediti alle “cruscate”, discorsi giocosi sulla letteratura e sull’arte. A inizio primavera del 1585, per l’esattezza il 25 marzo, il nucleo di “crusconi” si costituì ufficialmente in un sodalizio strutturato, dando così vita all’Accademia della Crusca, la più antica accademia linguistica del mondo.

Con sguardo (e senno) retrospettivo, si può dire che con la nascita della Crusca si chiudeva un cerchio. Un brillante iscritto (fin dal 1297, stando ai documenti) all’Arte dei Medici e degli Speziali, tale Dante Alighieri,  poco meno di tre secoli prima, dando vita a un’opera monumentale che è a pieno titolo un patrimonio dell’umanità intera, aveva in pratica “inventato” la lingua italiana. Dalla passione di un altro speziale letterato, Grazzini il Lasca, e dalle prime riunioni degli “Umidi” nella sua farmacia, trecento anni dopo, sarebbe nata l’Accademia che su quella lingua vigila ancora oggi con amore pari solo al rigore e all’impegno profusi nel difenderla.

Di tutto questo, come è stato ricordato ieri nel capoluogo fiorentino, oggi restano ancora testimonianze preziose e godibili, una su tutte proprio quella farmacia All’insegna del Moro che ancora apre le sue porte accoglienti quasi  dirimpetto a Santa Maria del Fiore. La sua titolare, Rita Falange Bertone, è stata intervistata da la Repubblica, in occasione dei 500 anni dal trasferimento dell’esercizio in quelle stesse mura.  E non troviamo un modo migliore per concludere questo articolo che riprendere e riproporre qui di seguito le frasi finali del bel pezzo che Azzurra Giorgi ha dedicato All’insegna del Moro sull’edizione fiorentina del 3 gennaio del quotidiano.
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Da allora la farmacia è cambiata, ma resta un posto pieno di fascino; non c’è più il laboratorio, diversi sono gli arredi, ma resta la storia, incisa su una grande lapide che ricorda i “lieti convegni” e le “incruscate adunanze” che “in quelle della celebre crusca si trasmutarono”.
Secoli dopo, durante l’alluvione del 1966,  (la farmacia) “fu riempita dal fango, il farmacista che faceva la notte riuscì a salvarsi a malapena uscendo dalle vetrate in alto. Sono andati perduti tutti gli arredi, ma la struttura è la stessa” spiega Bertone,  che racconta come, in un passaggio interno non visibile dai clienti, ci sia ancora sul muro una testa di Moro, una formella vicino alla quale metterà ora uno stemma degli speziali dell’epoca. Lo stesso soggetto, realizzato dall’orafo Paolo Penko, lo donerà anche alla città, per sottolineare come la farmacia sia “di tutti” e al servizio del pubblico.
Chissà  se consapevolmente o meno, quella che lascia (o lancia?) Rita Falange Bertone ai lettori de la Repubblica è in fondo l’ultima e più intrigante suggestione: la farmacista fiorentina non indulge nell’importanza del passato, unica salda piattaforma per guardare e costruire il futuro, pur lasciando ampiamente intenderne l’importanza, ma preferisce sottolineare  la natura della farmacia come “bene di tutti”, e – ci permettiamo di aggiungere –  “per tutti”.
“Dove risiede, la suggestione?”, si chiederà qualcuno. La risposta è semplice, se si pensa a Dante e allo stesso Grazzini il Lasca: nel fatto che questi signori hanno concorso, sia pure in modo diverso, a creare  e a tramandare un altro straordinario, indispensabile “bene di tutti”, la lingua italiana. Ovvero ciò che ha fatto di noi italiani quel che siamo, giocando nei secoli un ruolo fondamentale  nel processo di unificazione nazionale e “costruendo” in qualche modo il nostro modo di essere, di vivere, di pensare, di creare. E lo hanno fatto partendo entrambi, in qualche modo, dalla farmacia.  Suona un po’ come un segno del destino e, al tempo stesso, un’epifania. O – almeno – è bello crederlo.
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