UK, donna muore a 58 anni per overdose accidentale di paracetamolo

UK, donna muore a 58 anni per overdose accidentale di paracetamolo

Roma, 26 aprile – Overdose accidentale di paracetamolo. Questa la causa del decesso di una donna inglese, Joan Ita Bergin, 58 anni, spirata a inizio gennaio in Inghilterra, nel Lancashire. Tormentata da una tosse irriducibile e dal forte mal di petto associato, la donna assumeva dosi eccessive di un medicinale (Lemsip) per  trovare qualche sollievo. Sentitasi male a casa il giorno di Natale, venne ricoverata d’urgenza in ospedale, dove aveva rivelato ad medici che, pur di attenuare il fastidio, assumeva più della dose raccomandata di paracetamolo oltre a bere una bustina di Lemsip ogni quattro ore.

Curata per un sovradosaggio di paracetamolo, le fu diagnosticata un’insufficienza epatica. Nonostante le cure, le condizioni della donna, però, non sono mai migliorate, fino a quando è morta il 7 gennaio. Sul decesso venne subito aperta un’inchiesta, giunta a conclusione in questi giorni: la donna è spirata “per insufficienza multiorgano causata da una (…) overdose non intenzionale di paracetamolo“.

La dose massima raccomandata di Lemsip è una bustina contenente 1.000 mg di paracetamolo ogni quattro o sei ore. Ma a volte la donna usava anche paracetamolo extra, come riferito dal medico legale.Philip Conaghan

La vicenda inglese riaccende un riflettore sui rischi del paracetamolo, che il professor Philip Conaghan del Leeds institute for rheumatic and musculoskeletal medicine (nella foto), in uno studio pubblicato sul British Medical Journal già nel 2015, dimostrava essere sottostimati. Lo stesso Conaghan e la sua èquipe sono tornati recentemente sulla questione, con una nuova revisione sistematica di otto studi dalla quale sono emersi numeri invero drammaticamente preoccupanti in ordine alle criticità associate all’impiego del farmaco,  che sarebbe la concausa di un aumento del 68% i rischi di infarto e di ictus e aumenterebbe, attraverso il suo effetto di inibizione dell’azione delle prostaglandine, del 50% il rischio di ulcera o emorragie.

Lo stesso Conaghan, tuttavia, invita a valutare con prudenza gli esiti della sua nuova ricerca, pubblicata online lo scorso 2 marzo sulla rivista Annals of the Reumatic Diseases: ai problemi di salute osservati nello studio, spiega il ricercatore, potrebbero avere infatti contribuito altri antidolorifici e farmaci assunti da pazienti. Inoltre,  ha sottolineato sempre Conaghan, gli otto studi sottoposti a revisione sono significativamente differenti anche nel modo in cui è stata considerata l’assunzione di paracetamolo da parte dei pazienti (alcuni hanno stimato l’assunzione a vita, mentre altri hanno riportato la quantità assunta ogni giorno, settimana o mese, rendendo impossibile trarre conclusioni certe su ciò che costituisce una dose “sicura”). Va anche fatto rilevare – come ha fatto ad esempio Nortin Hadler, professore emerito di medicina presso l’Università del North Carolina – che spesso la ragione per cui si assume il paracetamolo è la stessa malattia di cui, a posteriori, il farmaco è accusato di essere (cor)responsabile.  “È un come mettere il calesse davanti al cavallo” spiega Hadler, portando l’esempio della malattia renale cronica, che  include una discreta quantità di dolori, che comprensibilmente ogni paziente cerca di sedare. “I pazienti hanno preso paracetamolo perché avevano una malattia renale cronica,  non hanno sviluppato una malattia renale cronica perché hanno preso paracetamolo”.

Tuttavia, dalla nuova ricerca di Conaghan e della sua èquipe –  che non può né vuole essere il pretesto per una crociata contro il paracetamolo, farmaco di uso comune, tollerabile  e sostanzialmente sicuro che sarebbe del tutto ingiustificato bollare con una patente di eccessiva pericolosità –  arrivano due richiami dei quali fare tesoro. Il primo è un’osservazione sempre di Conaghan,  interpellato da qualche giornale sulla sua ricerca e sulla querelle paracetamolo sì-paracetamolo no: “Mi piacerebbe vedere le persone concentrarsi maggiormente sui cambiamenti dello stile di vita che hanno dimostrato di aiutare la gestione del dolore, come ad esempio alimentarsi in modo più salutare e perdere peso, svolgere attività fisica, non fumare e non bere eccetera. Il problema è che tutte queste cose non sono facili come prendere una pillola, e quindi non sono così attraenti per le persone”.

L’altro insegnamento, banale e scontato ma che è sempre necessario richiamare, riguarda l’imperativo di attenersi sempre, nell’assunzione di una farmaco (non solo il paracetamolo, quindi) alle dosi consigliate. Perché, come insegna uno dei secolari capisaldi della cultura professionale del farmacista, che si fa risalire a Paracelso,  sola dosis venenum facit: alla dose sbagliata, qualunque farmaco diventa tossico, con esiti (il caso della sfortunata donna inglese ce lo ricorda) che possono essere letali. E questo, ancora una volta, riporta al ruolo fondamentale che il farmacista, “mediatore” per antonomasia del rapporto tra i cittadini e i rimedi farmacologici, può svolgere per proteggere,  tutelare e promuovere la salute collettiva.

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