Cittadinanzattiva, presentato documento di analisi e proposte sulla sanità territoriale

Cittadinanzattiva, presentato documento di analisi e proposte sulla sanità territoriale

Roma, 20 maggio – Per riqualificare l’assistenza territoriale (così come quella ospedaliera) servono istruzioni chiare per una presa in carico effettiva del cittadino: da questa profonda convinzione Cittadinanzattiva è partita per realizzare il suo documento di analisi e proposta  Salute di Comunità: dal bisogno alla soluzione, realizzato con la collaborazione di Fnomceo, Fnopi, Federfarma e Fimmg e il contributo non condizionato di Farmindustria, presentato due giorni fa a Roma al ministero della Salute. Un contributo civico in direzione della definizione di standard qualitativi, organizzativi, tecnologici e di investimento che – nella cornice del Pnrr – permettano di delineare la direzione di una nuova medicina territoriale.

“Il Servizio sanitario nazionale ha retto alla pandemia da Covid-19” sostiene Cittadinanzattiva nel documento “ma, adesso che l’emergenza pare sotto controllo, le analisi effettuate da associazioni e istituzioni restituiscono l’immagine di un sistema in pesante affanno, con l’aumento vertiginoso dei tempi di attesa sia per le prestazioni ordinarie sia per quelle legate alle esigenze dei malati cronici e della medicina d’urgenza: fino a 720 giorni per una mammografia (fonte Cittadinanzattiva 2022). Rilevato anche l’aumento della mortalità di alcune patologie, come per il tumore del colon retto (+12% nel 2020, Università di Bologna), in un contesto europeo che vede l’Italia agli ultimi posti per qualità della vita dei pazienti con una o più patologie e all’ottavo posto per bisogni insoddisfatti di visite mediche (Eurostat 2019”.

Partendo da un’analisi epidemiologica e demografica della popolazione italiana, Cittadinanzattiva – che in un altro recente documento già aveva analizzato ed elencato le criticità  emerse dopo la pandemia – cerca di proporre soluzioni in grado di migliorare l’organizzazione dei servizi predisposti dal Ssn, anche alla luce della recente approvazione (per quanto controversa) del Dm n. 71 sulla riforma della medicina territoriale. Chiara la lista delle cose da fare presentata dall’associazione di partecipazione civica, che sottolinea in via prioritaria la necessità di ripensare le politiche della prevenzione, riorganizzare la medicina territoriale, promuovere l’integrazione ospedale-territorio puntando sulla diffusione di una cultura collettiva della salute e organizzare la ricerca su modelli open solution di collaborazione pubblico-privato”.

Per Cittadinanzattiva l’organizzazione del modello di medicina territoriale “che prevede anche le case della comunità non deve trasformarsi in una replica territoriale del sistema di offerta ospedaliera ma deve essere incentrato sulla organizzazione logistica di servizi di prossimità, domiciliari, la cui valutazione e il cui monitoraggio devono essere affidati ad un team multidisciplinare che garantisce comunicazione tra i diversi livelli di cura e che genera le offerte personalizzate alle esigenze di ogni singolo paziente, evitandone la mobilità e abbattendo lo spreco di risorse”.  Le case della comunità così come previste dal Pnrr sono strutture polivalenti che nello stesso spazio fisico possono erogare prestazioni sociosanitarie integrate. Sono dunque un punto di accesso alla salute del cittadino. Qui ci saranno medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri di comunità e potranno ospitare assistenti sociali. I cittadini potranno consultarvi un medico e un infermiere tutto il giorno, gestire le patologie croniche e consultare un professionista che li guiderà verso i servizi più adatti. Ma c’è un pericolo dal quale bisogna guardarsi: nessun problema se le case della salute o di comunità centrano l’obiettivo di diventare luoghi di collegamento fra territorio e ospedale, ma molta preoccupazione, invece, a proposito del fatto che questo nuovo modello organizzativo possa finire per replicare quanto accaduto con gli ospedali, “moltiplicando luoghi di salute senza generare reali servizi in grado di ricollegarsi alle esigenze dei pazienti».

“Il rischio che leggiamo è quello di un reiterarsi di un modello che spinge, ancora una volta, i cittadini a cercare sul territorio i servizi a fronte, invece, di una necessitò di portare quegli stessi servizi presso il cittadino” scrive Cittadinanzattiva nel documento. “Le case della salute possono rappresentare una reale innovazione e una possibilità di moltiplicazione degli standard di salute e benessere generalizzati se saranno in grado di generare processi di cura delle persone e non delle patologie, ovvero se l’intero sistema riuscirà a modificare il proprio approccio, focalizzandosi su una prospettiva più ampia e che pone al centro della propria azione la gestione di un percorso di cura preventiva, basato su una logica di iniziativa e non di attesa”.

Al centro della riflessione, come già anticipato, c’è il recente Dm 71 e la riorganizzazione dei servizi sanitari nei territori, declinata secondo alcuni temi chiave: accesso e prossimità delle cure, aggiornamento e potenziamento del sistema della prevenzione, ridefinizione del rapporto fra ospedale e territorio, implementazione delle nuove tecnologie e digitalizzazione dei sistemi per semplificare l’accesso alle cure e programmare servizi efficaci.

“Si tratta di priorità importanti per migliorare il nostro servizio sanitario e renderlo più equo ed accessibile ai cittadini, a cominciare dalla riforma per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale” spiega Annalisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva (nella foto).Tuttavia, occorrerà una lettura attenta dei contesti territoriali, per individuare percorsi e non solo luoghi che favoriscano servizi più accessibili e prossimi ai cittadini, e per avere maggiore attenzione alla qualità della vita puntando molto sul domicilio come luogo privilegiato di cura. La carenza di servizi, la distanza dai luoghi di cura, tipica di alcune aree del Paese, come pure la complessità delle aree urbane e metropolitane impongono un’innovazione dei modelli organizzativi sanitari territoriali. In questa ottica” conclude Mandorino “ci auguriamo che la messa a terra del Dm71, e in particolare la riforma delle case di comunità previste, siano attuate con il coinvolgimento delle comunità locali, più di quanto sia stata fatto finora».

Le proposte per rispondere alle sfide del dopo-pandemia sono esplicitate con chiarezza, a partire dalla riorganizzazione della medicina territoriale riconoscendo il dovuto spazio alla farmacia dei servizi e all’infermiere di comunità. Il percorso deve prevedere il rapporto fra ospedale e territorio, il ricorso alla digitalizzazione, lo sviluppo del fascicolo sanitario elettronico e la costruzione e la diffusione di piattaforme informatiche in grado di monitorare il percorso di salute dei pazienti.

“Servono strategia politica, azione tecnica e programmazione”  si legge nel documento. “Gli elementi fondamentali per una piena realizzazione di una riforma che non deve essere centrata solo sulla creazione di luoghi ma, piuttosto, sull’organizzazione logistica dei servizi dedicati alla persona in grado di raggiungere il domicilio come primo luogo di cura”.

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