Riforma delle autonomie, le Regioni: “Prima stabilire i livelli essenziali delle prestazioni”

Riforma delle autonomie, le Regioni: “Prima stabilire i livelli essenziali delle prestazioni”

Roma, 21 novembre – Com’era ampiamente previsto, l’autonomia regionale differenziata proposta dal ministro Roberto Calderoli nel suo progetto di riforma fa molto discutere e ha subito sollevato una serie di reazioni – per lo più negative – tra le Regioni del Sud. Che (almeno in qualche caso), non chiudono pregiudizialmente alla  bozza presentata il 17 novembre in Conferenza delle Regioni dael ministro per le Autonomie e gli Affari regionali.Risultato immagine per Roberto Occhiuto Calabria. Dimensioni: 187 x 185. Fonte: www.lametino.it

Prima di disegnare un’autonomia differenziata per le Regioni del Sud, afferma ad esempio il presidente della regione Calabria, Roberto Occhiuto (nella foto),si definiscano i livelli essenziali delle prestazioni, si archivi il criterio della spesa storica per finanziare questi diritti e si faccia funzionare la perequazione. La Costituzione si attui nel suo complesso e non a pezzi”.
Occhiuto ricorda che “non è solo l’articolo 116 a non essere applicato. Anche il 117, il 119. Se lo fossero tutti, in termini di fiscalità il Sud potrebbe persino guadagnarci“. Ad esempio “sull’energia. La mia Regione ne produce molta: il 42% da fonti rinnovabili, poi c’è l’idroelettrico e altro. In totale più di quello che consumano i calabresi. Ma la bolletta ha, in percentuale, le stesse tasse del Veneto. Perché la mia Regione non può mantenere i maggiori introiti fiscali derivanti da una maggiore produzione di energia alternativa? Altro esempio il Porto di Gioia Tauro. “È il primo porto d’Italia ma non produce ricchezze in Calabria. Sarebbe giusto mantenere una parte degli oneri doganali”.
Occhiuto è quindi d’accordo con il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, quando afferma che applicando i Lep (i livelli essenziali delle prestazioni) è il Sud ad essere avvantaggiato: “La Costituzione prevede l’uniformità su tutto il territorio nazionale. Ma non è così. Si finanzia ciascuna Regione secondo la spesa storica: chi aveva meno, e ha potuto spendere di meno, avrà meno. Chi aveva di più sempre di più. Se si aumentano a entrambi le risorse del 10% non si pareggiano le diseguaglianze, si accentuano”.
La proposta del presidente della Regione Calabria è dunque quella di fissare i Lep sui fabbisogni standard: “Facciamo la perequazione e dopo può partire l’autonomia differenziata. Ma su criteri giusti. È un lavoro complesso che in 20 anni non è mai stato fatto. Ma se si vuole attuare il Titolo V bisogna farlo per intero”.
Occhiuto è d’accordo anche con chi sostiene e sottolinea la delicatezza della materia scuola: “Affidarne il governo e l’organizzazione alle Regioni può significare costruire più sistemi scolastici e aumentare le divaricazioni sociali, a partire dalla formazione e dai saperi, tra regioni più ricche e più povere”.
A partire lancia in resta contro la bozza di Calderoli è il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca (foto a sinistra), impegnato da anni in una battaglia contro quella che definisce “un’idea devastante dell’autonomia  differenziata delle Regioni”.
De Luca, intanto, registra con soddisfazione una convergenza di posizione tra le Regioni del Meridione:  “Questa volta abbiamo registrato un grande interesse anche da parte di altre Regioni meridionali e non solo meridionali rispetto ai rilievi critici avanzati dalla Regione Campania all’ipotesi di autonomia differenziata disegnata da Calderoli” afferma il presidente campano, che
muove tre critiche principali a quella che alcuni giornali hanno subito definito “autonomia sovranista”. La prima: “Possiamo ragionare di  decentramento ulteriore di poteri, a partire dal superamento della  spesa storica, cioè dalla distribuzione di risorse che ha visto  penalizzato drammaticamente il Sud” afferma De Luca. “Quindi, prima di discutere di  autonomia differenziata, dobbiamo decidere quali sono i livelli  essenziali delle prestazioni, i Lep, cioè dobbiamo decidere quali  sono le prestazioni che dobbiamo garantire in maniera identica per  tutti i cittadini italiani, dal Piemonte alla Sicilia. Definendo i Lep, possiamo definire i costi standard per i servizi e a questo  punto possiamo andare avanti”.
Il secondo rilievo riguarda l’assegnazione di quote-parte di introito  fiscale alle Regioni in cui viene prodotto: “In alcune Regioni del Nord c’è qualcuno che pensa di mettere in piedi questo  meccanismo: diamo alle Regioni una parte delle entrate statali che  maturano nel territorio di quella Regione. Ad esempio, l’Iva che  matura nella regione X deve essere lasciata per il 10% alla Regione dove l’Iva è maturata. Questo significa che le Regioni che  hanno una base imponibile, una base produttiva più ampia e forte  continueranno a rafforzarsi. È intollerabile”.
La terza contestazione riguarda  l’unità nazionale, valore che peraltro un governo a marcata impronta sovranista dovrebbe ritenere intangibile. “C’è qualcuno”  sottolinea De Luca  “che immagina che l’autonomia  differenziata possa valere per il mondo della scuola, per il  personale sanitario. C’è qualcuno cioè che immagina di poter fare  dei contratti regionali integrativi per il personale scolastico e  sanitario. Questo significherebbe spezzare l’unità nazionale”.
Anche il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che è anche vicepresidente della Conferenza delle Regioni, Michele Emiliano, sostiene la necessità di chiarire prima l’ambito della riforma delle autonomie varando una legge cornice: “Il Parlamento deve dirci entro che ambiti ci si deve muovere in direzione dell’autonomia differenziata. La scuola, per esempio, non può rientrare in questo discorso: il rischio è quello di costruire una Babele di Regione in Regione, per la quale un cittadino, cambiando Regione, troverebbe un sistema diverso. Sarebbe un Risorgimento al contrario, avremmo di nuovo i Ducati”.
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