Colesterolo Ldl, cambio di status: da fattore di rischio a causa diretta di infarto e ictus

Colesterolo Ldl, cambio di status: da fattore di rischio a causa diretta di infarto e ictus

Roma, 24 novembre – Quattro milioni di morti l’anno in Europa, 230 mila dei quali in Italia, dove rappresenta la principale causa di morte in Italia, circa il 40% del totale. Bastano queste semplici cifre a siginifcare il peso della malattie cardiovascolari e a rendere di immediata, palmare evidenza la necessità di contrastare l’insorgenza e la progressione di aterosclerosi, infarto e ictus, obiettivo peraltro possibile attraverso l’adozione di corretti stili di vita e tenendo sotto controllo i principali fattori di rischio. Tra questi, un ruolo di primo è piano è recitato dal colesterolo Ldl, conosciuto anche come “colesterolo cattivo”, che negli ultimi anni ha visto peggiorare il suo status, passando da fattore di rischio a fattore causale dello sviluppo di malattie cardiovascolari. Un cambio di classificazione,che ha anche comportato un ritocco verso il basso dei target terapeutici per i pazienti dislipidemici, come confermato dalle ultime linee guida europee che sintetizzano nell’espressione “The lower the better” la strategia di controllo dell’ipercolesterolemia.

Su questi temi si sono confrontati a Roma i massimi esperti della cardiologia italiana insieme a rappresentanti delle istituzioni, della medicina generale e dei farmacisti durante l’evento NeoLipid – La gestione dell’ipercolesterolemia in Italia: dall’epidemiologia all’intervento clinico, organizzato con il contributo di Neopharmed Gentili, azienda farmaceutica italiana specializzata nel trattamento delle principali patologie cardio-metaboliche.

Gli esperti hanno sottolineato l’importanza di non trascurare i livelli di colesterolo Ldl che impattano sul destino della salute cardiovascolare della popolazione dei Paesi occidentali.

Visualizza immagine di origineLe evidenze raccolte in numerosi studi epidemiologici, genetici e trial randomizzati hanno dimostrato in maniera inequivocabile che le lipoproteine a bassa densità sono il fattore che determina lo sviluppo della malattia cardiovascolare aterosclerotica” spiega Furio Colivicchi (nella foto), presidente dell’Associazione nazionale Medici cardiologi ospedalieri (Anmco). “Questa variabile biologica è controllata attraverso il dosaggio e la verifica della colesterolemia Ldl, che è quindi la causa principale dell’insorgenza e della progressione di questa malattia degenerativa dell’apparato cardiocircolatorio. Le azioni cliniche e farmacologiche che riducono i livelli di colesterolemia Ldl determinano un miglioramento della prognosi, vale a dire un minor rischio di andare incontro a un evento cardiovascolare avverso quale infarto, ictus o morte cardiaca improvvisa”  conclude il cardiologo. “Quanto più è alto il colesterolo Ldl, tanto peggiore è l’aspettativa di vita. Quanto più è basso questo parametro, in ragione dell’intervento terapeutico, tanto migliore sarà il destino del paziente”.

“Tra i fattori di rischio cardiovascolare, il colesterolo e il fumo di sigaretta sono di gran lunga quelli che hanno il peso più importante”, afferma Pasquale Perrone Filardi, presidente eletto della Sic, la Società italiana di Cardiologia. “C’è una legge molto chiara, dimostrata negli studi clinici sull’impiego di qualunque farmaco o intervento terapeutico che agisce sul colesterolo: a una riduzione del colesterolo Ldl di circa 40mg/dL corrisponde una diminuzione del 21% degli eventi cardiovascolari maggiori (infarto, ictus, morte cardiovascolare), indipendentemente dal valore di partenza”.

Le Linee guida europee (Esc-Eas 2019) identificano i livelli di sicurezza del colesterolo Ldl in rapporto al profilo di rischio: nella popolazione generale apparentemente sana, il colesterolo Ldl deve essere inferiore a 116mg/dL; in pazienti con rischio moderato, ad esempio gli ipertesi o i fumatori, che non hanno avuto eventi acuti, il parametro deve essere tenuto al di sotto di 100mg/dL; nei soggetti con rischio elevato, quali ad esempio le persone con diabete in cui sono presenti anche altri fattori di rischio, il parametro deve essere inferiore a 70mg/dL; infine, per tutti coloro che hanno avuto un evento maggiore (infarto, ictus, pazienti sottoposti ad angioplastica o bypass aortocoronarico), il colesterolo “cattivo” deve essere inferiore a 55mg/dL.

“Nei soggetti a elevato rischio, i livelli di colesterolo Ldl devono essere molto bassi, anche inferiori a 40mg/dL in quei pazienti che hanno avuto due infarti nell’arco di ventiquattro mesi” spiegaRisultato immagine per Ciro Indolfi, presidente della  Sic Ciro Indolfi, presidente della  Sic (nella foto a destra).L’aspetto positivo è che abbiamo a disposizione terapie efficaci (statine, ezetimibe, farmaci biologici) che consentono di raggiungere i target terapeutici suggeriti dalle Linee guida. Inoltre, nei pazienti che hanno avuto un evento cardiovascolare avverso, si registrano più alti livelli di aderenza terapeutica rispetto alle persone in prevenzione primaria, in ragione di una maggiore consapevolezza del rischio di mortalità cui sono esposti”.

Nella popolazione generale, invece, il colesterolo alto non è percepito come una condizione grave per la salute cardiovascolare in quanto, a differenza di altri fattori di rischio, non provoca sintomi immediati. Ne consegue che solo il 43% dei pazienti che assume farmaci ipolipemizzanti è aderente alla terapia prescritta. La scarsa aderenza, cui segue il non raggiungimento dei livelli terapeutici target, comporta il mantenimento, nel tempo, di elevati livelli di colesterolo Ldl, con una maggiore probabilità di sviluppare la malattia aterosclerotica ed eventi cardiovascolari.

“L’aderenza alla terapia rimane un problema molto rilevante per le patologie cardiologiche in generale e, in particolare, per le dislipidemie” aggiunge Fabrizio Oliva, presidente eletto Amco. “Promuovere l’aderenza vuol dire riuscire a migliorare il rapporto medico-paziente, segnalando l’importanza dell’assunzione della terapia e i rischi connessi alla mancata compliance ai trattamenti raccomandati. Un obiettivo che coinvolge lo specialista cardiologo, il medico di medicina generale e il farmacista”.

“Quando si parla di prevenzione del rischio cardiovascolare, è importantissimo il ruolo del medico di famiglia che deve rapportarsi con il cardiologo, assicurando la continuità terapeutica tra ospedale e territorio”  interviene Fiorenzo Corti, vicesegretario nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale. “Formazione e organizzazione sono due fattori chiave per il raggiungimento dei risultati previsti dal Piano nazionale della Cronicità. Gli studi dei medici di medicina generale devono diventare delle Case di comunità ‘spoke’, dotate di adeguata strumentazione e delle figure professionali che affiancano il medico nell’assistenza ai pazienti”.

“La rete dei farmacisti è ormai parte integrante del processo di presa in carico del paziente sul territorio e, di conseguenza, il tema dell’aderenza alle terapie, anche per il trattamento dell’ipercolesterolemia, assume un valore fondamentale” commenta infine Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei farmacisti italiani. “L’aderenza terapeutica è un aspetto cruciale dal punto di vista clinico ma è anche un importante strumento di razionalizzazione della spesa sanitaria. Per questo, nell’ambito della ‘Farmacia dei servizi’, la promozione dell’aderenza può e dovrà avere un’importanza crescente. Il contributo del farmacista di comunità, in sinergia con gli altri professionisti del territorio, è essenziale per realizzare un’assistenza sanitaria di prossimità e incidere sugli outcome di salute dei pazienti”.

 

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