Manovra, Gimbe denuncia: “Al Ssn risorse insufficienti, la sanità pubblica si sgretola”

Manovra, Gimbe denuncia: “Al Ssn risorse insufficienti, la sanità pubblica si sgretola”

Roma, 25 novembre – La sanità sembra essere passata di moda nel breve volgere di qualche mese: quello che fino a poche settimane era nella considerazione generale, in primis quella della politica, il primo e più necessario fronte sul quale combattere per salvare il Paese, sembra già essere retrocesso in terza o quarta fila e non rappresenta più una  priorità del Paese, nonostante le enormi criticità esplose con la pandemia. Gli ispirati e all’apparenza convinti discorsi degli esponenti di tutte le forze politiche sulla “assoluta necessità” rilanciare il Servizio sanitario nazionale hanno smesso non solo di essere pronunciati, ma anche di riecheggiare. Del resto, si era già ampiamente compreso durante la campagna elettorale della fine della scorsa estate che il vento stava girando e, purtroppo, non verso una direzione propizia: in tutti i programmi elettorali dei partiti in corsa per la guida del Paese, la sanità pubblica era infatti una desaparecida eccellente e per trovarne tracce (peraltro minime)  bisognava indossare l’elmetto da speleologo e scavare dentro i documenti programmatici fino alle estreme profondità.

La titanica epopea di contrasto alla pandemia, con la sua eredità di dolore  ma anche di preziose lezioni, non a caso in parte raccolte in sede di declinazione del Pnrr, ha però lasciato spazio a un qualche residuale fondo di ottimismo, sulla scorta di un semplice ragionamento: possibile che, dopo tutti i problemi, i vulnus e i limiti di sistema venuti a galla con l’emergenza pandemica e pagati a durissimo presso, vi sia ancora qualcuno che tentenna di fronte all’unica opzione possibile, che è quella di riorganizzare e rilanciare la sanità pubblica, destinandole un congruo aumento dei finanziamenti? A rigor di logica no, non è possibile. E così si è atteso il varo della Manovra 2023, per capire le vere, autentiche intenzioni del Governo presieduto da Giorgia Meloni in materia di sanità. E, inevitabilmente, l’arcano si è subito disvelato:  nella Legge di Bilancio 2023 presentata dall’esecutivo di centro-destra, la sanità e la salute degli italiani (diciamolo con un eufemismo) non rappresentano una priorità. In concreto, infatti, l’ammontare degli investimenti è sovrapponibile a quello dell’anno passato, con il solo l’aumento di  due miliardi di euro previsto dalla precedente manovra,

Immediata la reazione di chi, come  Nino Cartabellotta (nella foto), presidente della Fondazione Gimbe, fa della difesa del Ssn e della sanità pubblica la ragione fondativa del suo impegno. Intervenendo al convegno La sanità di oggi e di domani: idee proposte di riforma del Sistema sanitario, organizzato nell’ambito del 17° Forum Risk Management di Arezzo, Cartabellotta  non ha davvero usato mezzi termini: la cifra stanziata per la sanità, ha affermato,  che sarà peraltro pesantemente erosa dall’inflazione “non permetterà di coprire i costi straordinari dovuti alla pandemia e alla crisi energetica, né tanto meno di avviare alcun rilancio del Ssn. Con il risultato di mandare “in rosso” anche le Regioni più virtuose, con inevitabili conseguenze sull’erogazione sulla qualità dell’assistenza“. Viene clamorosamente meno, in questo modo, uno degli obiettivi prefigurati in campagna elettorale, quello di allineare il finanziamento alla media europea: al riguardo, il presidente di Gimbe ha ricordato che “nel 2020 la spesa sanitaria pubblica italiana era inferiore di $ 215 pro-capite rispetto alla media europea: esiste dunque un gap di circa 12,7 miliardi di euro che può essere colmato solo con una programmazione pluriennale di rilancio del finanziamento pubblico”.

Cartabellotta ha illustrato le criticità che compromettono sempre più il diritto costituzionale alla tutela della salute, determinando rinunce alle cure e inaccettabili diseguaglianze, non solo regionali, nell’accesso alle prestazioni e alle innovazioni. Dalla grave carenza di personale sanitario, che in alcuni settori è diventata una vera e propria emergenza, alla necessità di rendere accessibili a tutti i cittadini le prestazioni sanitarie dei nuovi Lea, ancora ostaggio di un “decreto tariffe” mai pubblicato per carenza di risorse; dall’incapacità di mantenere aggiornate le prestazioni ai progressi della ricerca, all’allungamento delle liste d’attesa che le Regioni non riescono a recuperare.

Cartabellotta ha poi puntato il dito sul regionalismo differenziato, perché – sostiene –  “senza adeguate contromisure, l’attuazione delle maggiori autonomie in sanità non farà che aumentare le diseguaglianze, legittimando normativamente il divario tra Nord e Sud e violando il principio di uguaglianza dei cittadini sul diritto costituzionale alla tutela della salute”.

“Per un adeguato rilancio del Ssn”  ha ribadito  Cartabellotta “servono risorse per allineare la spesa sanitaria pubblica alla media dei paesi europei, coraggiose riforme di sistema e soprattutto la visione del servizio sanitario che la politica intende consegnare alle future generazioni. Altrimenti, il Ssn è condannato ad una stentata sopravvivenza che finirà per sgretolare, lentamente ma inesorabilmente, il modello di una sanità pubblica, equa e universalistica, pilastro della nostra democrazia”.

Le cifre illustrate dal fondatore di Gimbe, del resto, parlano chiaro: nel 2020, la spesa sanitaria pubblica italiana pari a 3.052 dollari a persona, il dato  più basso della media Ue (3.267 dollari pro-capite) e inferiore anche a quella dei Paesi Ocse (3.488 dollari a persona).  “Esiste dunque un gap di circa 12,7 miliardi di euro, che può essere colmato solo con una programmazione pluriennale” ha detto Cartabellotta, che ha anche passato in rassegna i molti problemi che attendono ancora una soluzione dalla carenza di personale sanitario (in alcuni settori “una vera e propria emergenza”), all’allungamento delle liste d’attesa nelle Regioni, che “non riescono a recuperare”. Questi, tra gli altri, “compromettono sempre più il diritto costituzionale alla tutela della salute, determinando rinunce alle cure e inaccettabili diseguaglianze, non solo regionali, nell’accesso alle prestazioni e alle innovazioni”.

Cartabellotta stigmatizza anche l’ipotesi di un regionalismo differenziato, portata avanti soprattutto dalla Lega, per “senza adeguate contromisure, l’attuazione delle maggiori autonomie in sanità non farà che aumentare le diseguaglianze, legittimando normativamente il divario tra Nord e Sud e violando il principio di uguaglianza dei cittadini sul diritto costituzionale alla tutela della salute”.

 

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