Conasfa, in un dialogo le ragioni della fuga dalla farmacia dei collaboratori

Conasfa, in un dialogo le ragioni della fuga dalla farmacia dei collaboratori

Roma, 28 novembre – Tra i molti, possibili modi per raccontare il mal sottile che pervade la professione farmaceutica, alle prese con una fin qui del tutto inedita sindrome di disaffezione che induce molti laureati in farmacia a cercare dappertutto fuorché nelle farmacie di comunità un contesto di lavoro più soddisfacente e coerente con le aspettative maturate durante il duro percorso universitario, va segnalato quello  decisamente inconsueto scelto da Conasfa, l’Associazione nazionale professionale dei farmacisti non titolari.

IFoto del profilo di Eleonora Teti responsabili dell’ufficio stampa dell’associazione (Lino Gorrasi, Alessandra Violet e Eleonora Teti, nella foto), ricalcando in qualche modo il modello  – consapevolmente o meno – del Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, una delle operette morali di Giacomo Leopardi (il poeta, non lo storico presidente della Fofi),  propongono un dialogo tra due farmacisti, due colleghi (uno che domanda e l’altra che risponde, come nell’archetipo leopardiano), sullo stato dell’arte della professione di farmacista in questi tempi avventurati. 

Il dialogo di Conasfa  – che richiama alla lontana anche un gustoso precedente pubblicato un quarto di secolo fa da Leopardi (il farmacista, questa volta) sul giornale della Fofi – è sicuramente efficace nel restituire e compendiare, con un registro realistico, molte delle ragioni  e dei sentimenti che sono alla base della preoccupante crisi che oggi vede l’offerta di posti di lavoro per laureati in farmacia eccedere largamente la domanda e rimanere così insoddisfatta, con i problemi che ne conseguono per l’intero sistema (il dialogo “tra speziali” proposto da Conasfa, intitolato Vi racconto la farmacia,  è disponibile  a questo link).

Il dialogo-apologo parte da una premessa: quella del farmacista non è una professione “seduta”, incapace di cambiare e quindi superata dall’evoluzione dei tempi. Al contrario, anche se sono in molti a non saperlo (o far finta di non saperlo, che è decisamente peggio) la professione è rimasta in piedi proprio perché  “ha saputo nuotare in burrasca, ha dimostrato e dimostra quotidianamente capacità di adattamento, reinventandosi, trasformandosi e formandosi, ricoprendo ruoli diversi, non suoi, per tamponare falle di un sistema sanitario che ancora oggi stenta a riconoscerne valore e meriti”. Ed è proprio questa la vera scaturigine dei problemi: il mancato riconoscimento professionale del farmacista collaboratore, sotto diversi profili, non ultimo (anzi!) quello retributivo.
Da qui  la “grande fuga di massa” dalla professione, soprattutto tra le fila della “generazione di mezzo, quella dei farmacisti nati con la ‘Farmacia dei servizi’. Quelli che pensavano di vedere la rivoluzione veramente positiva di questa professione, la generazione degli illusi e dei disillusi”.

Il racconto del quotidiano professionale di Giulia (il nome di fantasia della farmacista che risponde al collega-passeggere che maieuticamente la intervista) è il manifesto di una situazione che accomuna migliaia e migliaia di farmaciste e farmacisti collaboratori del Paese: orari “scomodi”, prevalentemente spezzati e con molte domeniche e festività trascorse dietro al bancone; una pletora di mansioni e servizi, oltre alla dispensazione del farmaco, cui fare fronte, con carichi crescenti di responsabilità (basti citare tamponi e vaccini); retribuzione del tutto inadeguata nonostante il nuovo contratto; tutele praticamente inesistenti sul fronte della tutela della maternità (anche nel nuovo Ccnl, ad esempio, manca una voce che preveda coperture e permessi in caso della malattia del figlio;  obbligo di aggiornamento permanente fuori orario lavorativo, con il conseguente sacrificio di altro tempo (e talvolta denaro), il tutto svolgendo un’attività professionale resa sempre più usurante dal rapporto diretto con persone che – in questo particolare momento storico – sono particolarmente aggressive e sfidanti.

Significative dello stato d’animo della/del farmacista collaboratore le ultime due battute del dialogo, che scolpiscono lo stato d’animo che (presumibilmente) spinge quanti hanno modo di farlo a lasciare la farmacia di comunità per altri impieghi: In questi due anni ho visto riconoscere meriti a figure sanitarie che hanno prestato il loro servizio abituale, ma sicuramente in modo più sostenuto” afferma Giulia. “Per la mia categoria è stata invece una vera e propria rivoluzione. Noi eravamo professionisti del farmaco. Ora siamo professionisti della salute a 360 gradi. Allora mi chiedo e ti chiedo: perché non c’è un riconoscimento concreto? Contrattuale e remunerativo? Perché è così complicato avere diritti oltre che doveri? Ti lascio con queste domande che spero trovino presto delle risposte”.

Risposte che peraltro la stessa Giulia ha ben chiare: Un rinnovo contrattuale serio. Un contratto sanitario. Un aumento ragionevole della paga salariale minima, attualmente secondo me per nulla congrua al servizio prestato e alle ore lavorate. Orari adeguati e tutele. Meno tasse a gravare sui titolari in modo da incentivare assunzioni. I tempi cambiano e le esigenze anche. Noi adeguiamo la professione e la professionalità e chi di dovere dovrebbe adeguare i riconoscimenti”.
Così esposte, non sembrano davvero richieste lunari. Ma – per qualche motivo – non riescono mai a trovare accoglimento, come testimonia al di là di ogni ragionevole dubbio l’ultimo contratto di lavoro sottoscritto (dopo anni di vacanza) da Federfarma e sigle sindacali. C’è qualcosa che non va più in profondità, dunque, qualcosa che – schermandosi dietro motivazioni in sé non prive di senso né di  fondatezza, su tutte quella della sostenibilità del servizio – impedisce che vengano riconosciuti ai collaboratori di farmacia (quelli che nei discorsi dei dirigenti di Federfarma vengono enfaticamente definiti “la vera ricchezza della farmacia”…) condizioni contrattuali più rispettose della loro dignità, della loro professionalità e del loro lavoro.
Bisognerà pure che prima o poi (ma sarebbe decisamente meglio prima) qualcuno faccia un passo in avanti per superare questa “coazione a non concedere” (neppure quel che deve esser concesso) che caratterizza l’atteggiamento della parte datoriale in materia contrattuale. Perché una cosa è certa: se quel passo in avanti non verrà compiuto, e presto, è inevitabile che assisteremo al progressivo aumento di altri passi: quelli all’indietro dei laureati in farmacia che lasciano i loro posti di lavoro nella farmacie di comunità.
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