Survey di Conasfa: tre farmacisti su quattro se potessero cambierebbero lavoro

Survey di Conasfa: tre farmacisti su quattro se potessero cambierebbero lavoro

Roma, 12 dicembre  – Il fenomeno della “fuga” dei farmacisti dipendenti dalle farmacie di comunità (o, a dirlo in modo meno rude, delle crescenti difficoltà della farmacie territoriali a trovare il personale laureato necessario per garantire adeguati standard di servizio) è  ormai da tempo uno dei temi forti del dibattito di categoria, stante la rilevanza del problema. Si discute molto su quali possano essere le cause di questa rarefazione e, ovviamente, i pareri al riguardo sono tutt’altro che concordi, anche se  – soprattutto da parte dei farmacisti collaboratori – il dito accusatore è puntato soprattutto sul poco gratificante trattamento economico e normativo previsto dal Ccnl.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso,  per alcune sigle rappresentative dei farmacisti dipendenti, sarebbe infatti proprio il rinnovo del nuovo contratto, sul quale (dopo anni di vacanza contrattuale) erano riposte molte aspettative, andate però totalmente deluse. Tanto da far dire subito a qualcuno (Francesco Imperadrice, presidente del Sinasfa, il Sindacato dei farmacisti non titolari) che il nuovo accordo si sarebbe presto trasformato in un boomerang. Vaticinio che, in effetti, sembra  trovare conferma nei fatti. Lo stesso Sinasfa, un paio di settimane fa, ha proposto la sua analisi sul fenomeno della “fuga dei collaboratori” (vedi qui), corredandola con una serie di proposte ritenute utili ad arginare un problema che non deve essere sottovalutato , anche perché nel tempo potrebbe aggravarsi ancora di più.
Risultato immagine per Angela Noferi Farmacista CONASFA. Dimensioni: 185 x 185. Fonte: www.rifday.itAnche Conasfa, l’Associazione nazionale professionale dei farmacisti non titolari presieduta da Angela Noferi (nella foto), ha avviato un’indagine del fenomeno, provando a valutare altre possibili cause (oltre all’insoddisfazione per il trattamento economico) che inducono numeri crescenti di laureati in farmacia a cercare lavoro in settori diversi dalle farmacie aperte al pubblico. In particolare, Conasfa ha cercato di capire se e quanto la perdita di attrattività professionale delle farmacie di comunità sia legata all’organizzazione del lavoro in farmacia o, più precisamente, al “benessere organizzativo”,  ovvero – spiega una nota dell’associazione – “la capacità di un’organizzazione di promuovere e mantenere il più alto grado di benessere fisico, psicologico e sociale dei lavoratori ed è collegato ad una serie di variabili di natura organizzativa, quali la cultura organizzativa e il clima organizzativo”.

Per valutare questo aspetto e capire quale sia il benessere organizzativo percepito dai farmacisti collaboratori, Conasfa ha condotto una survey, anche al fine di valutare se esistano differenze a seconda delle diverse realtà aziendali di farmacie: municipalizzate, catene e indipendenti.  Semplici e dirette le domande: nell’azienda farmacia esiste una cultura organizzativa? Quali risultati produce? Questi cambiamenti sono stati subiti o gestiti attraverso dei modelli organizzativi?
Al sondaggio hanno risposto 200 farmacisti e i dati – scrive Conasfa – “non lasciano ben sperare: quasi tre farmacisti su quattro se potessero cambierebbero lavoro, solo uno su due pensa che il proprio lavoro gli dia un senso di realizzazione personale mentre il 60% non reputa che il proprio lavoro gli dia prestigio sociale”.

Secondo la sigla dei farmacisti non titolari, è fondamentale tenere conto di questi dati.“Se ci si sofferma solo su una lettura della inadeguatezza della remunerazione o del fatto che non ci sia una adeguata possibilità di conciliare i tempi di vita privata e lavorativa potrebbe non aversi una lettura completa di un fenomeno assai più complesso” scrive Conasfa al riguardo. “Se ad esempio prendiamo in esame solo il dato della remunerazione, le aziende nelle quali una parte della remunerazione è legata al fatturato del dipendente dovrebbero essere più attrattive. Ma un farmacista viene valutato nella sua professionalità in base allo scontrino medio e numero di pezzi medi per scontrino, si sente valorizzato? Il 70 % dei farmacisti reputa che non si sia un percorso di sviluppo professionale delineato, che non vi sia possibilità di fare carriera in base al merito e il 60% non reputa che vi sia la capacità di sviluppare le proprie attitudini in base al ruolo. Solo un farmacista su due conosce le strategie aziendali e si sente coinvolto nel definire obbiettivi e risultati”.

Conasfa, molto opportunamente, segnala però le differenze scaturite dalla survey tra i vari modelli aziendali, su tutte i livelli di maggiore soddisfazione registrati tra i farmacisti delle farmacie municipalizzate rispetto agli altri ambiti indagati, “segno che un’organizzazione diversa del lavoro produce risultati diversi in termini di benessere organizzativo percepito anche a parità, ad esempio, di una retribuzione considerata insoddisfacente”.

Proprio partendo da questo dato, Conasfa evidenzia come tra i bisogni essenziali alla sopravvivenza vadano considerati, oltre quelli materiali, anche quelli  più immateriali come il
bisogno di appartenenza, il bisogno di stima e il bisogno di auto-realizzazione.  L’aspirazione di ognuno di noi a essere un elemento integrato nella comunità di appartenenza, cooperando e partecipando alle sue migliori sorti, è un bisogno vitale, così come l’essere rispettato, approvato e riconosciuto come individuo competente e produttivo e come la possibilità di realizzare la propria identità in base ad aspettative e potenzialità e occupare un ruolo sociale riconosciuto:

Di queste profonde aspirazioni individuali, secondo Conasfa, “bisogna tenere conto nel riprogettare la farmacia e di conseguenza la professione del farmacista collaboratore se la si vuole rendere ancora una professione appetibile per le nuove generazioni”.

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