Cassazione, la consegna di farmaci in altri negozi non è necessariamente reato

Cassazione, la consegna di farmaci in altri negozi non è necessariamente reato

Roma, 26 gennaio – Con la recente sentenza n. 48839 del 22 dicembre 2022, la Corte di Cassazione ha affrontato il caso della configurabilità del reato di esercizio abusivo della professione a carico di più negozianti (tra i quali anche un macellaio) che nel proprio esercizio commerciale consegnavano medicinali ai clienti, con o senza obbligo di ricetta, per conto della farmacia vicina.
La mera attività di deposito e consegna materiale di farmaci, per i giudici di legittimità, non integra il reato di cui all’art. 348 del codice penale (l’esercizio  abusivo di professione, appunto) se – come nel caso esaminato dalla Suprema Corte – essa si limita “a ricevere in consegna i farmaci e a consegnarli ai destinatari senza svolgere alcuna attività di somministrazione diretta o commercio abusivo”. Nella vicenda presa in esame dalla Cassazione, peraltro, i farmaci consegnati ai clienti da altri esercizi commerciali provenivano dalla farmacia confezionati in busta chiusa intestata alla farmacia e contenente anche lo scontrino su richiesta del cliente, il quale provvedeva a inviare la ricetta in farmacia, al ritiro e al pagamento presso gli esercizi commerciali”.
Il comportamento degli attori della vicenda era già stato ritenuto non rilevante penalmente (ma al più sul piano deontologico, per la farmacia implicata) dalla Corte di appello, che aveva ribaltato la condanna comminata in primo grado dal Tribunale di Messina. Proprio contro questa sentenza di assoluzione ha proposto ricorso il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Messina, sostenendo che la Corte di appello avrebbe omesso di considerare la normativa di settore e avrebbe totalmente travisato gli elementi probatori, operandone un’analisi parziale.

Ma la Cassazione, rovesciando in buona sostanza il tradizionale orientamento in materia, è stata di avviso diverso e ritenuto  che la mera consegna di medicinali da parte di soggetti diversi da farmacisti e in luoghi diversi da farmacie possa di per sé (ovvero in assenza di ulteriori elementi fattuali) integrare il reato di esercizio abusivo della professione, precisando altresì che “quand’anche si volesse ritenere sussistente la condotta materiale, non è ravvisabile il dolo tipico della fattispecie, non risultando provata la consapevolezza degli imputati di svolgere attività proprie della professione di farmacista senza averne titolo, stante l’attività meramente materiale loro affidata da soggetto abilitato, che offriva alla clientela il servizio di consegna e recapito dei farmaci in un luogo concordato, comodo per il cliente”. A voler estremizzare, le condotte poste in essere nella vicenda e finite in tribunale, per la Suprema Corte hanno più la fattispecie del servizio che quella del reato.  E se di reato si deve parlare, l’unico ravvisabile non è la violazione dell’art. 348 del codice penale, ma quella dell’art. 122 del Testo unico delle leggi sanitarie, addebitabile alla sola farmacista coinvolta nella vicenda.
“Una pronuncia per molti versi rivoluzionaria” commentano gli avvocati Cecilia V. Sposato e Gustavo Bacigalupo dello  studio Sediva di Roma “se non altro per il contrasto indubitabile con norme imperative e principi inderogabili della legge (l’art. 122 del Tuls,  ad esempio), anche se in grado con tutta evidenza di ‘facilitare’ il cliente nel ritiro dei farmaci. Certo, se una tesi così disinvolta facesse facili e rapidi proseliti, il rischio che ne possa seguire un andazzo difficile da gestire – e, al contrario, facile ai malintesi – sembra notevole”.

Non sarà del tutto inutile chiudere l’articolo richiamando quanto previsto dal Codice deontologico del farmacista, ovvero la carta dei doveri che raccoglie le norme e i principi posti a garanzia del cittadino, della collettività e a tutela dell’etica, della dignità e del decoro della professione del farmacista. A proposito di dispensazione e fornitura dei medicinali, l’articolo 8 del codice professionale recita testualmente: 1. La dispensazione del medicinale è un atto sanitario, a tutela della salute e dell’integrità psicofisica del paziente. 2. La dispensazione e la fornitura di qualunque medicinale sono prerogativa esclusiva del farmacista, che assolve personalmente a tale obbligo professionale e ne assume la relativa responsabilità”.

A prescindere dalla sentenza di cui si è appena riferito, è evidente che – in un’epoca in cui i farmaci si acquistano sempre più frequentemente anche su internet e arrivano direttamente a casa – qualcosa non torna e bisognerebbe trovare il modo di metterci mano.

 

Corte di Cassazione, sentenza n. 48839 del 22 dicembre 2022 (copia non ufficiale)

 

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