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lunedì 26 Febbraio 2024
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Gimbe, allarme rosso: “Ssn, conquista sociale ormai vicina a punto di non ritorno”

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Roma, 30 marzo – “La crisi di sostenibilità del Servizio sanitario nazionale sta raggiungendo il punto di non ritorno tra l’indifferenza di tutti i Governi che negli ultimi 15 anni, oltre a tagliare o non investire in sanità, sono stati incapaci di attuare riforme coraggiose per garantire il diritto alla tutela della salute. Con l’aggravante di ignorare tre incontrovertibili certezze: che la sanità pubblica è una conquista sociale irrinunciabile e un pilastro della nostra democrazia; che il livello di salute e benessere della popolazione condiziona la crescita economica del Paese; infine, che la perdita di un Ssn universalistico porterà a un disastro sanitario, sociale ed economico senza precedenti”. A sostenerlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe (nella foto), che domani 31 marzo presenterà a Bologna un piano di rilancio per la sanità pubblica in occasione della sua XV Conferenza nazionale.

“Oggi i pazienti vivono ogni giorno le conseguenze di un Ssn ormai in codice rosso per la coesistenza di varie malattie” sottolinea Cartabellotta, elencando tra le patologie che minacciano il sistema sanitario pubblico “l’imponente sotto-finanziamento, la carenza di personale per assenza di investimenti, la mancata programmazione e crescente demotivazione, l’incapacità di ridurre le diseguaglianze, i modelli organizzativi obsoleti e inesorabile avanzata del privato. Un Ssn gravemente malato che costringe i pazienti ad attese infinite, migrazione sanitaria, spese ingenti, sino alla rinuncia alle cure”.

“Inoltre esiste un vero e proprio ‘cavallo di Troia’ – aggiunge il presidente di Gimbe – che erode risorse pubbliche dirottandole ai privati: il connubio tra fondi sanitari e assicurazioni, sostenuto dalle politiche del welfare aziendale”. I fondi sanitari, “che godono di consistenti agevolazioni fiscali, erano nati per integrare le prestazioni non offerte dal Ssn (odontoiatria, long term care), ma di fatto per circa il 70% erogano prestazioni già incluse nei Lea tramite la sanità privata accreditata” ricorda Gimbe. “E siccome le assicurazioni sono divenute veri e propri gestori dei fondi sanitari, i presunti vantaggi del welfare aziendale per i lavoratori iscritti ai fondi sono una mera illusione, perché il 40-50% dei premi versati non si traducono in servizi in quanto erosi da costi amministrativi e utili delle compagnie assicurative. Ovvero, i beneficiari delle risorse pubbliche provenienti dalla defiscalizzazione dei fondi sanitari sono le assicurazioni che generano profitti, la sanità privata che aumenta le prestazioni erogate e le imprese che risparmiano sul costo del lavoro”.

Ma l’impietosa analisi prosegue ben oltre: il ritardo delle prestazioni sanitarie accumulato durante la pandemia ha determinato un ulteriore allungamento delle liste di attesa che le Regioni non riescono a smaltire nonostante le risorse stanziate dal Governo. “Così le persone sono costrette a rivolgersi al privato se ne hanno le possibilità economiche”  spiega Cartabellotta “oppure attendere gli inaccettabili tempi di attesa delle strutture pubbliche sino a rinunciare alle prestazioni, con conseguenze imprevedibili sulla loro salute“.

Secondo una recente audizione dell’Istat la quota di persone che hanno dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie è passata dal 6,3% nel 2019 al 9,6% nel 2020, sino all’l’11,1% nel 2021. E se nel 2022 le stime attesterebbero un recupero con una riduzione al 7%, l’ostacolo principale rimangono le lunghe liste di attesa (4,2%) rispetto alle rinunce per motivi economici (3,2%).

Altro tasto (molto) dolente: la spesa privata. “Nel 2021 la spesa sanitaria in Italia ha raggiunto i 168 miliardi di euro, di cui 127 miliardi di spesa pubblica (75,6%), 36,5 miliardi (21,8%) a carico delle famiglie e € 4,5 miliardi (2,7%) sostenuti da fondi sanitari e assicurazioni (dati Istat). Secondo il recente Rapporto Crea Sanità” evidenzia la Fondazione Gimbe “nel 2021 la spesa privata è in media 1.734 euro per nucleo familiare, ovvero il 5,7% dei consumi totali. E nel 2020 oltre 600 mila famiglie hanno dovuto sostenere spese ‘catastrofiche’, ovvero insostenibili rispetto ai budget, e quasi 380 mila famiglie si sono impoverite per spese sanitarie, in particolare nelle Regioni meridionali”. “La chiave di lettura”  chiosa Cartabellotta “è chiarissima: la politica si è sbarazzata di una consistente quota di spesa pubblica per la sanità, scaricando oneri iniqui sui bilanci delle famiglie”.

“Il monitoraggio del ministero della Salute sugli adempimenti ai Livelli essenziali di assistenza (Lea)” spiega ancora il presidente della Fondazione  “documenta enormi diseguaglianze regionali con un gap Nord-Sud ormai incolmabile, che rende la ‘questione meridionale’ in sanità una priorità sociale ed economica“. Infatti, guardando ai punteggi Lea nel decennio 2010-2019, tra le prime 10 Regioni solo due sono del Centro (Umbria e Marche) e nessuna del Sud; nel 2020 solo 11 Regioni risultano adempienti ai Lea di cui solo la Puglia al Sud; eccetto Basilicata e Sardegna sono in Piano di rientro tutte le Regioni del Centro-Sud, con Calabria e Molise commissariate; e nel 2020 Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attraggono il 94,1% della mobilità sanitaria.

“Esistono poi altre diseguaglianze meno note” spiegaancora  Cartabellotta: “tra aree urbane e rurali, tra uomini e donne, oltre che correlate al grado di istruzione e di reddito. Ovvero, il Ssn garantisce una ‘salute diseguale’ che si riflette anche sugli anni di vita perduti”. Infatti, il recente report dell’Eurostat documenta che in Italia si vive più a lungo nelle Regioni del Centro-Nord, con la Provincia autonoma di Trento in testa (84,2 anni), rispetto a quelle del Sud, con la Campania fanalino di coda (80,9 anni). “Un inaccettabile gap di oltre 3,3 anni”  commenta Cartabellotta “che dimostra come la qualità dei servizi sanitari regionali produca effetti evidenti sull’aspettativa di vita, vanificando quel vantaggio che le Regioni meridionali avevano conquistato nei decenni scorsi grazie a favorevoli condizioni ambientali e climatiche e alla dieta mediterranea”.

Infine: il mancato accesso alle innovazioni. L’ultimo aggiornamento dei Lea risale al gennaio 2017, ma per mancanza di risorse non è mai stato approvato il Decreto Tariffe relativo a specialistica ambulatoriale e protesica. “Di conseguenza” puntualizza Cartabellotta  “innovazioni quali la procreazione medicalmente assistita, lo screening neonatale esteso, ausili e dispositivi all’avanguardia (es. apparecchi acustici digitali, protesi di ultima generazione, carrozzine basculanti) oggi possono essere erogate solo dalle Regioni non in Piano di rientro con risorse proprie, generando ulteriori diseguaglianze e tenendo in ostaggio i diritti dei pazienti”. Intanto, il continuo aggiornamento dei Lea al fine di mantenerli allineati all’evoluzione delle conoscenze scientifiche rimane solo un vuoto slogan, visto che i Lea non vengono aggiornati da oltre 6 anni rendendo numerose innovazioni diagnostico-terapeutiche inaccessibili a tutti i pazienti che ne avrebbero diritto.

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