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lunedì 15 Luglio 2024
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Sepsi, un killer che fa 11 milioni di morti all’anno nel mondo, come combatterla

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Roma, 14 settembre – Si è celebrata ieri, 13 settembre, la Giornata mondiale contro la sepsi (World Sepsis Day)un’iniziativa globale promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità giunta quest’anno alla sua undicesima edizione e finalizzata ad accrescere la consapevolezza pubblica sulla sepsi, per migliorarne la prevenzione, il riconoscimento e la gestione clinica.

La sepsi, disfunzione d’organo con pericolo per la vita causata da una inappropriata risposta dell’ospite a una infezione, che danneggia tessuti e organi e che può portare a shock, insufficienza multiorgano e morte, soprattutto se non riconosciuta e non prontamente trattata, è un problema grave di salute pubblica, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

Alcune persone sono più a rischio di sepsi, come le persone con malattie croniche a polmoni, fegato o cuore, le persone senza milza o con sistema immunitario indebolito, i bambini di età inferiore a un anno, gli adulti con più di 60 anni.
I pazienti affetti da malattie oncologiche hanno un rischio di sepsi 10 volte maggiore rispetto a pazienti non oncologici. Il fumo è un fattore di rischio, perché aumenta il rischio di infezione respiratoria.
Molti pazienti colpiti da sepsi hanno bisogno di trasfusioni di sangue o di emoderivati. Disporre di una riserva sicura di sangue, pertanto, è importante per la lotta a questa grave condizione patologica, purtroppo ancora molto diffusa nel mondo, dove ogni anno si verificano circa 47-50 milioni di casi, di cui solo il 20% avviene in ospedale.
Globalmente, un decesso su cinque è associato a sepsi, per un totale di almeno 11 milioni di decessi l’anno, pari a una morte ogni 2,8 secondi. Inoltre, gli effetti a lungo termine della sepsi, noti come sindrome post-sepsi, si verificano fino al 50% dei sopravvissuti, i quali soffrono di sequele fisiche, cognitive e psicologiche persistenti. Il recupero può richiedere mesi o anni.

Il 40% dei casi di sepsi è rappresentato da bambini di età inferiore ai 5 anni. Nei paesi industrializzati può determinare la morte nel 3-4% dei neonati e fino al 24% dei neonati nati in paesi in via di sviluppo. Ogni anno si verificano nel mondo circa 680mila decessi neonatali per sepsi, con un rischio particolarmente elevato in India, Pakistan, Nigeria, Congo, e Cina.
La sepsi neonatale può portare, inoltre, a gravi manifestazioni cliniche, spesso associate a deficit irreversibili a lungo termine.

In Italia, alcuni studi hanno rilevato che il numero di certificati di morte che hanno riportato sepsi è aumentato da 18.939 nel 2003 a 49.010 nel 2015 (dal 3% all’8% di tutti i decessi in Italia registrati in questi anni).

Organizzazioni internazionali, come World Health Assembly (WHA), The European Society of Intensive Care Medicine (ESICM), The Global Sepsis Alliance (GSA) e The Society of Critical Care Medicine (SCCM), sottolineano la necessità di migliorare la prevenzione delle infezioni per contrastare la lotta alla sepsi mediante:

  • la frequente igiene delle mani eseguita correttamente;
  • l’applicazione scrupolosa delle misure di prevenzione e controllo delle infezioni (Infection prevention and control, in sigla IPC) nei setting di cura;
  • l’aggiornamento periodico del personale sanitario in materia di IPC e infezioni antimicrobico-resistenti;
  • la disponibilità di ambienti sicuri e puliti per il parto:
  • l’uso delle vaccinazioni disponibili.

Recenti documenti descrivono l’uso dei nuovi antibiotici per il trattamento della sepsi. Specifici biomarcatori possono essere utilizzati per la diagnosi precoce di sepsi neonatale.

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