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lunedì 4 Marzo 2024
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Sul sito Sifo studio Usa sul deprescribing, l’approccio clinico fondato sul ‘less is more’

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Roma, 13 febbraio – Molto opportunamente, la Sifo ha voluto riproporre sul suo sito istituzionale il rapid response Deprescribing to reduce medication harms in older adults  recentemente pubblicato dall’Ahrq, l’agenzia statunitense per la ricerca e la qualità sanitaria.

Il documento, sintetizza Sifo, riassume la letteratura recente sull’uso della deprescrizione per migliorare la sicurezza dell’uso di farmaci tra gli anziani di età superiore a 65 anni.

Il deprescribing, o deprescrizione, può essere definito come il processo sistematico che porta  all’identificazione e alla sospensione dei farmaci con un rapporto rischio/beneficio sfavorevole nel contesto di un approccio personalizzato che consideri gli obiettivi di cura del singolo paziente, lo stato funzionale, l’aspettativa di vita e le priorità del malato. La deprescrizione, una sorta di less is more applicato alle terapie farmacologiche, produce i suoi benefici principalmente in soggetti  trattati con una poli-farmacoterapia e affetti da patologie multiple, in particolare se in condizioni di fragilità severa e/o limitata aspettativa di vita. La deprescrizione prevede idealmente il coinvolgimento di tutti i professionisti sanitari che hanno in cura il paziente (medico di medicina generale, medici specialisti, farmacista e infermieri) e il suo principale obiettivo, in buona sostanza, consiste nel ridurre il ricorso alla poli-terapia e l’uso di farmaci potenzialmente inappropriati e, in tal modo, servire come meccanismo per migliorare la qualità di vita e aumentare la sicurezza del paziente.

Per comprendere l’utilità e l’importanza della pratica clinica del deprescribing soprattutto nella popolazione anziana basterà ricordare che le interazioni tra farmaci, sia a livello farmacocinetico che farmacodinamico, sono molto frequenti nei pazienti più avanti con gli anni: si stima che coinvolgano circa il 40% dei soggetti che assumono almeno cinque principi attivi. Condizioni parafisiologiche tipiche dell’età geriatrica (come il rallentato transito intestinale, la diminuita capacità di assorbimento, il ridotto metabolismo epatico e renale, la diminuzione della volemia e alterazioni della distribuzione del grasso corporeo) influiscono significativamente sul metabolismo dei farmaci. Pertanto, la soglia di cinque principi attivi in terapia cronica deve essere intesa come un campanello d’allarme che può porre il paziente a rischio di eventi avversi (Adr)  potenzialmente gravi. La prevalenza di Adr aumenta con l’avanzare dell’età; un ricovero su dieci in pazienti anziani è dovuto a reazioni avverse e la metà di questi ricoveri si stima sia prevenibile.

Gli anziani in poli-farmacoterapia hanno un netto incremento del rischio di presentare una Adr, rischio che aumenta del 7-10% per ogni principio attivo aggiunto alla terapia cronica. A volte l’effetto avverso di un farmaco viene erroneamente classificato come un nuovo problema clinico e porta con sé la prescrizione di un ulteriore principio attivo, fenomeno particolarmente pernicioso che viene comunemente descritto come “cascata terapeutica”. L’associazione tra poli-farmacoterapia e declino dello stato funzionale, fragilità, sarcopenia, decadimento cognitivo, rischio di cadute, ospedalizzazione e mortalità è stata descritta in molti e diversi studi clinici e risulta particolarmente rilevante per l’utilizzo inappropriato di oppiacei, antipsicotici e benzodiazepine.

Tornando al documento dell’Ahrq opportunamente riproposto da Sifo nel suo sito, per la sua elaborazione è stata condotta una ricerca in letteratura che ha identificato 15 revisioni sistematiche e sette studi di ricerca originali pubblicati dal 2019 che hanno valutato l’efficacia degli interventi di deprescrizione per migliorare i risultati.

Gli interventi di deprescrizione includevano, senza però essere limitati a questi aspetti, revisioni complete dei farmaci, educazione dei pazienti, istruzione degli operatori sanitari che somministrano i farmaci e sistemi di supporto alle decisioni cliniche. Sono stati condotti studi in strutture sanitarie di ogni tipo: ambulatori, reparti di emergenza, ospedali, strutture di assistenza a lungo termine e farmacie di comunità. I farmacisti, non manca di evidenziare la Sifo nella sua recensione del lavoro americano, sono stati comunemente inclusi negli interventi.

Dall’esame delle revisioni sistematiche operate sulla deprescrizione risulta che si è ottenuta una diminuzione del numero dei farmaci utilizzati e soprattutto una diminuzione delle terapie potenzialmente inappropriate, con diminuzione dei costi delle terapie e manifestazione di pochi casi di effetti di astinenza dovuti a tale pratica clinica.

Rimangono tuttavia numerose lacune e limitazioni nelle prove. Molti interventi, anche se riducono il numero complessivo dei farmaci impiegati e in particolare di quelli potenzialmente inappropriati, non hanno portato a un significativo aumento degli esiti clinici.

C’è inoltre incertezza sull’impatto della deprescrizione sulla mortalità e sulle spese sanitarie nel loro complesso.

La deprescrizione potenzialmente potrà migliorare la sicurezza e la qualità dell’uso dei farmaci, con benefici sui pazienti per gli esiti clinici, la qualità della vita e l’aspetto finanziario, comunque sono necessarie ulteriori ricerche in merito.

Nel frattempo, la pratica della deprescrizione, per i benefici riscontrati e i limitati inconvenienti identificati, rimane una pratica in grado di migliorare potenzialmente la sicurezza nell’uso dei farmaci negli anziani.

Per chi volesse saperne di più, in calce all’articolo è riportato il documento sulla deprescrizione elaborato dall’agenzia statunitense.

 

Deprescribing to reduce medication harms in older adults – Rapid response

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