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lunedì 15 Luglio 2024
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Infermieri, è diaspora: negli ultimi 3 anni, 18mila via dall’Italia per lavorare all’estero

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Roma, 12 aprile – Una cartina di tornasole dello smantellamento della sanità pubblica? Eccola: solo negli ultimi tre anni, 21mila infermieri hanno presentato dimissioni volontarie per cambiare il posto di lavoro; 17.809 infermieri hanno lasciato l’Italia per lavorare all’estero; entro il 2027 andranno in pensione 21mila infermieri e oltre a questo il 28% degli operatori sanitari è orientato al prepensionamento. Complessivamente sono circa 65.000 gli infermieri mancanti nella sanità italiana.

A fornire i dati è stato Marco Rotondi (nella foto), presidente dell’Istituto europeo Neurosistemica e docente all’Università di Genova, nel corso della seconda giornata del Congresso nazionale dei Caposala-Coordinatori in svolgimento al Palazzo del Turismo di Jesolo.

L’esodo era stato preconizzato da Rusan, il centro nazionale per il monitoraggio e il miglioramento della qualità del capitale umano delle aziende sanitarie, già al momento della sua costituzione, 15 anni fa: “Quel che avevamo previsto si è puntualmente verificato” dice Rotondi “e oggi stiamo vivendo una situazione che ci preoccupa moltissimo, il costante abbandono delle professioni sanitarie, tanti infermieri vanno all’estero a lavorare e il paradosso è che la sanità italiana va a cercare nuovi infermieri all’estero. Io credo che bisognerebbe pensare in primo luogo ad evitare questa fuga: costerebbe meno fatica e molto probabilmente anche meno risorse economiche”.

I motivi della fuga dalla professione, a giudizio di Rotondi, sono vari e diversi: il 60% degli infermieri lamenta la mancanza di riconoscimento del merito professionale, il 40% lamenta la mancanza di riconoscimento della competenza da parte del proprio responsabile; il 77% è convinto che in futuro la situazione lavorativa non migliorerà; tuttavia l’87% degli infermieri è orgoglioso di lavorare per il servizio sanitario pubblico.

Per invertire il trend, bisognerebbe prima di tutto “migliorare  la gestione delle risorse umane” spiega la presidente del Coordinamento nazionale dei caposala (Cnc) del Veneto, Lorena Zanin (nella foto). “I coordinatori, in generale gli infermieri, sono lo scheletro portante delle nostre aziende sanitarie e quindi vanno trattati di conseguenza, riconoscendo loro uno spazio di autonomia professionale, chiedendo il loro parere, ascoltandoli, lasciandoli lavorare come sanno fare e non limitandoli in attività che rischia di far perdere il senso del proprio lavoro. Durante la pandemia la motivazione dell’infermiere invece di diminuire, per le difficoltà e i pericoli, è aumentata, questo significa che il senso di lavoro c’è ed è reale, così come c’è una grande motivazione a questo lavoro“.

“Ci sono un sacco di vincoli ministeriali che andrebbero rimossi perché producono barriere inutili, però già il singolo direttore generale di un’azienda sanitaria più fare la differenza” osserva ancora Rotondi. “Infatti guardando al territorio nazionale, notiamo che c’è una buona parte di coordinatori ed infermieri che si sposta dall’azienda sanitaria in cui le risorse umane sono mal gestite ad aziende sanitarie che iniziano a gestire meglio le risorse umane“.

Oggi l’ultima sessione del congresso, caratterizzata da una tavola rotonda a cui parteciperà la presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) Barbara Mangiacavalli.  Previsti anche gli interventi in teleconferenza del direttore generale di Agenas Domenico Mantoan, diversi direttori di aziende sanitarie, rappresentanti dell’università ed esponenti regionali del Cnc.

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