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lunedì 15 Luglio 2024
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Influenza aviaria, avviati in Italia studi di test specifici per i bovini e il latte crudo

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Roma, 9 luglio- Anche se al momento segnalato solo negli allevamenti bovini degli Usa,  il virus influenzale H5N1 ad alta patogenicità (Hpai) fa paura anche alle nostra latitudini. Tanto da indurre a studiare già fin d’ora contromisure nella malaugurata evenienza che il virus attraversi l’Atlantico. A muoversi sono gli Istituti zooprofilattici sperimentali delle Venezie (IzsVe) e della Lombardia ed Emilia-Romagna (IzsLER), che  – in accordo con il ministero della Salute –  si sono resi disponibili a organizzare test sperimentali su bovini e latte crudo allo scopo di produrre dati scientifici utili ad una valutazione del rischio e per una precisa diagnosi, qualora dovessero presentarsi eventuali riscontri sul territorio nazionale di casi analoghi a quelli statunitensi. Gli studi mirano ad ampliare il quadro delle conoscenze scientifiche attualmente a disposizione e a fornire una risposta efficace e tempestiva in caso di rischio sanitario, attraverso metodi di laboratorio validati.

Nelle ultime settimane il Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria (Crn-Ia) dell’IzsVe ha messo a punto test virologici e sierologici per la corretta diagnosi di infezione da virus H5N1 Hpai nei bovini. Attualmente, il Crn-Ia sta eseguendo un’indagine sierologica per verificare se nei territori italiani dove nelle precedenti stagioni si sono concentrati i focolai di influenza aviaria nel pollame e nei volatili selvatici vi sia stata un’esposizione dei bovini da latte al virusH5N1 Hpai , mediante la ricerca di anticorpi specifici nel loro sangue.

Ad oggi, sono stati esaminati oltre 3.200 bovini delle province di Verona, Vicenza e Padova, tutti con esito negativo.

Le analisi condotte negli Stati Uniti hanno evidenziato che l’infezione dei bovini da latte determina la presenza del virus nel latte prodotto durante l’infezione. Per prevenire la trasmissione del virus all’uomo, le autorità statunitensi hanno disposto che il latte e tutti i derivati provenienti dagli allevamenti infetti siano sottoposti a pastorizzazione,  misura di trattamento termico considerata idonea a rendere non attivo il virus infettante eventualmente presente.

In Italia, però,  vengono prodotti formaggi anche a partire da latte non pastorizzato, tra questi i formaggi a latte crudo stagionati, di grande rilevanza nel panorama agroalimentare nazionale e internazionale.

Il processo produttivo di questi formaggi prevede una serie di passaggi che, sulla scorta di numerosi studi condotti in precedenza su altri microrganismi, appaiono idonei a eliminare l’infettività del virus qualora anche allevamenti da latte italiani dovessero infettarsi. Queste fasi con potere inattivante sono la scrematura iniziale del latte, la coagulazione, la cottura e la giacenza sotto siero della cagliata, la salagione del formaggio e la sua stagionatura per molti mesi o persino anni.

Al fine di fornire evidenze scientifiche della effettiva capacità di ridurre adeguatamente il rischio infettante, l’IzsLER sta conducendo sperimentazioni per misurare l’abbattimento del virus nel processo di produzione dei formaggi a latte crudo stagionati. I risultati preliminari indicano come già con la sola componente termica del processo si ottiene un deciso abbattimento della carica virale nel latte. La verifica del potere inattivante delle altre fasi di produzione è in corso. Occorre, inoltre, ribadire come, sulla base delle informazioni fin qui raccolte l’Oms continui a ritenere basso il rischio attuale per la popolazione umana rappresentato dal virus H5N1 e da basso a moderato il rischio per le persone che possono essere esposte ad animali infetti, come allevatori, veterinari e operatori del settore.

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