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martedì 17 Febbraio 2026
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Liste d’attesa, Salutequità: “Norme cogenti per accesso a prestazioni nei tempi massimi”

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Roma, 28 ottobre – il problema delle liste d’attesa, piaga all’apparenza insanabile della sanità italiana, può essere risolto solo dando certezza e garanzia al diritto del cittadino di accedere alle prestazioni nei tempi massimi previsti dalla norma rispettando i codici di priorità. E per farlo servono “norme cogenti”, che impongano all’operatore del Cup (Centro unico di prenotazione che prende in carico la richiesta di prestazione di una persona) di esserne responsabile dall’inizio alla fine e di di gestire il caso e chiuderlo nel modo previsto dalla Regione in un tempo di 48 ore.

La proposta arriva da Tonino Aceti (nella foto), presidente di Salutequità, che l’ha espressa durante l’audizione al Senato nell’ambito dell’esame del Ddl sulle prestazioni sanitarie. “Se al momento del contatto con il cittadino il Cup non ha la capacità di dare unadata rispettosa dei tempi, si prende 48 ore, si coordina con la direzione generale o altro personale dedicato della ASL e con questo analizza e trova una soluzione al problema” ha detto Aceti dettagliando la sua proposta. “Se la soluzione non c’è nel servizio pubblico, si dà l’autorizzazione ad andare in libera professione intramoenia o nel privato accreditato pagando il solo ticket. Questo deve essere automatico perché il cittadino ha diritto alla prestazione, nei tempi stabiliti e non deve più assolutamente ricorrere di tasca propria al privato o rinviare se non rinunciare alla prestazione: un grande elemento di iniquità nel servizio sanitario”.

L’accesso tempestivo alle cure, ha ricordato Aceti, “è uno degli obiettivi mancati oggi nel Ssn. l’Istat dice che 4,5 milioni di cittadini nel 2023 hanno rinunciato alle cure per liste d’attesa e solo poche regioni nel 2023 sono tornate dopo l’emergenza Covid a livelli più bassi del 2019 rispetto alla rinuncia alle cure. Cresce però – ha aggiunto – la spesa sanitaria privata da parte delle famiglie ed è la Corte dei conti a dirlo: nel periodo 2021-2023 si passa da 41 miliardi a 43, con un’incidenza sul Pil che ha  ormai raggiunto il 2,1 per cento.”

Di fatto, oggi il meccanismo delle liste d’attesa non funziona: accade, ha spiegato Aceti, che il cittadino con un codice di priorità di 30 o 60 giorni chiami il Cup e questo dia una data su tutta la Regione che non è rispettosa dei tempi massimi, a volte anche di molti mesi. “Poche Regioni si salvano da questa situazione” ha affermato il presidente di Salutequità. “A questo punto il Cup inserisce il cittadino nelle cosiddette liste di garanzia: si prende nome e cognome dell’assistito con l’impegno di richiamarlo entro tre-quattro giorni, che diventano spesso una settimana, anche dieci giorni, oppure non è proprio richiamato”. E accade anche che, se richiamato, il cittadino si senta spesso dire che la prestazione in quelli che dovrebbero essere i tempi dovuti di erogazione non c’è, E così, osserva Aceti, “si lascia il cittadino solo con la prescrizione e il problema e lì si chiude la possibilità di cura per la persona nel servizio pubblico”.

Secondo Aceti poi, ci sono aspetti da maneggiare con prudenza e mettendo paletti molto chiari per non costringere a ulteriori carichi i redditi delle famiglie per curarsi e per non lasciare indietro i più fragili. È il caso della previsione di oneri a carico degli utenti per lo svolgimento in telemedicina di prestazioni laboratoristiche, per le quali non si specifica se le stesse saranno alternative alle “prestazioni tradizionali” o aggiuntive. Nel primo caso, saremmo in presenza di uno spostamento inaccettabile dei costi dei Lea dal Ssn alle famiglie.

Infine, va molto rafforzato il sistema di monitoraggio e “se il contrasto alle liste d’attesa è una strategia portante del Servizio sanitario nazionale, esso dovrà contare su risorse strutturali per il loro abbattimento”  ha concluso Aceti, a giudizio del quale tali  risorse potrebbero essere trovate all’interno degli obiettivi del Piano sanitario nazionale, ovvero obiettivi strategici e prioritari sui quali far convergere, in accordo con le Regioni, una quota del Fondo sanitario nazionale.

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