Roma, 15 gennaio – Nel percorso politico-istituzionale verso l’autonomia differenziata avviato con l’approvazione della legge quadro n. 86/2024, un passaggio cruciale e ineludibile è la definizione e approvazione dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti a tutti i cittadini in ogni angolo del Paese, passaggio che il Governo ha voluto inserire nella manovra economica 2026, con misure volte a definire meglio i servizi sociali e sanitari (assistenza domiciliare, istruzione e sanità) prevedendone soglie e finanziamenti, nella prospettiva di un completo federalismo fiscale entro il 2027.
Si tratta di un’impresa in verità molto complicata, con molte questioni (già evidenziate da Svimez e altre analisi) che restano ancora del tutto aperte, soprattutto sul terreno del pieno finanziamento e dei meccanismi di erogazione. I Lep sono infatti lo strumento che dovrà impedire in modo molto concreto, e non solo sulla carta (come spesso avviene nel nostro Paese), che l’autonomia differenziata si trasformi in un fattore di disgregazione del Paese o anche solo (si fa per dire…) che aggiunga nuove diseguaglianze territoriali alle molte che già spaccano l’Italia. A ricordare questa fondamentale necessità, peraltro, c’è la sentenza della Corte Costituzionale n. 192/2024 del 14 novembre 2024, che ha confermato l’invalicabile paletto della necessità di bilanciare autonomia e unità nazionale.
E, almeno per la Fondazione Gimbe, la strada scelta dal Governo potrebbe non essere quella giusta, come ha espressamente dichiarato ieri nel corso dell’audizione presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato il suo presidente Nino Cartabellotta (nella foto), definendo l’equiparazione tra i Lep e i Lea voluta dal Governo “una scorciatoia che renderebbe giuridicamente accettabili le diseguaglianze regionali nell’esigibilità del diritto alla tutela della salute”.
La misura, secondo il presidente Gimbe, “ha il chiaro obiettivo di accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata, destinata ancor più ad essere un moltiplicatore di diseguaglianze”. I Livelli essenziali delle prestazioni identificano le prestazioni e i servizi che lo Stato deve garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale: dai servizi sociali all’istruzione fino alla tutela della salute. I Livelli essenziali di assistenza sono, invece, le prestazioni e i servizi che il servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini. I primi rappresentano il vincolo costituzionale, mentre i secondi costituiscono lo strumento, precisa Gimbe.
Al momento la capacità di garantire i Lea sul territorio nazionale è molto difforme. Il monitoraggio del ministero della Salute mostra che 8 Regioni non garantiscono i Lea, non raggiungendo la soglia minima di 60 punti su 100 in almeno una delle tre macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. Inoltre, sommando i punteggi delle tre macro-aree, le differenze tra le Regioni diventano più evidenti: si va da un punteggio superiore ai 280 punti su 300 di Veneto e Toscana a punteggi inferiore a 200 punti in molte Regioni, specie meridionali.
L’equiparazione tra Lep e Lea potrebbe aggravare il fenomeno, denuncia Gimbe, che sottolinea un altro nodo: quello del finanziamento. “Per finanziare i Lep sanitari” spiega Cartabellotta “le risorse pubbliche dovrebbero coprire i costi necessari per garantirli in modo uniforme su tutto il territorio nazionale”. Tuttavia, oggi nessuno è in grado di quantificare il costo necessario per assicurare in tutto il Paese, ad esempio, pronto soccorso non affollati o tempi di attesa ragionevoli. “Allora, vista l’impossibilità di finanziare i costi effettivi dei Lep sanitari con l’attuale disponibilità di risorse, l’Esecutivo rinuncia a definirli e imbocca la scorciatoia di equipararli ai Lea, con il solo scopo di accelerare l’autonomia differenziata” conclude Cartabellotta.


