Roma, 26 gennaio – E se l’appena cominciata era di semaglutide&company, i farmaci che hanno rivoluzionato l’approccio alla lotta contro il diabete di tipo 2 e i chili di troppo, fosse già destinata a finire? La domanda sorge spontanea dopo che una società biotecnologica statunitense, la Fractyl Health, ha presentato all’inizio dello scorso mese di dicembre, i risultati clinici di una nuova terapia genica progettata per liberare i pazienti dalla schiavitù delle iniezioni settimanali, trasformando radicalmente l’approccio terapeutico alle malattie metaboliche, presentata – non senza un filo di enfasi, verrebbe da dire – “la cura definitiva“.
Sintetizzando al massimo, l’innovazione che dovrebbe mandare in pensione blockbuster come Ozempic e Wegovy è basata su un concetto in fondo semplice: insegnare all’organismo a produrre “dall’interno” e in modo naturale e continuo gli agonisti del recettore Glp-1 anziché introdurli dall’esterno in una versione sintetica attraverso i farmaci, peraltro costosi. Come concretizzarlo? L’idea è quella di trasportare attraverso una procedura mini-invasiva un vettore virale inattivato direttamente nel pancreas, dove inserirà un gene specifico nelle cellule dell’organo. Una volta integrato, questo frammento di codice genetico istruisce il pancreas a secernere costantemente il Glp-1, regolando i livelli di zucchero nel sangue e il senso di sazietà senza picchi o interruzioni.
I vantaggi dell’approccio non sono solo quelli legati all’azzeramento di ogni problema di aderenza alla terapia, con presumibile piena soddisfazione dei pazienti, ma il fatto che si eliminerebbero in radice i limiti maggiori dei trattamenti attuali, ovvero il weight regain, la ripresa del peso perduto per l’effetto rimbalzo prodotto dall’interruzione dell’impiego degli agonisti del recettore Glp-1, Noto anche come Ozempic (o Wegovy) rebound, il meccasnismo è ben noto: non appena la somministrazione del farmaco viene interrotta, la maggior parte dei pazienti riacquista il peso perduto e vede peggiorare i propri parametri glicemici.
La nuova terapia genica punta invece a una remissione a lungo termine, agendo come un reset biologico che potrebbe durare anni o addirittura per tutta la vita, con tanti saluti alla necessità di un regime farmacologico quotidiano difficile da mantenere nel lungo e lunghissimo periodo.
Inutile dire che la comunità scientifica ha subito accolto con estremo interesse e perfino con entusiasmo i primi risultati diffusi da Fractyl Health, anche se va detto che molta acqua dovrà ancora scorrere sotto i ponti prima che la terapia genica allo studio, denominata Revita Procedure, possa avviarsi verso la commercializzazione. Trattandosi di una modifica permanente o comunque a lungo termine della funzione cellulare, la sicurezza è la priorità assoluta per i ricercatori e per gli enti regolatori e prudenza e massimo rigore nei controlli sono imperativi categorici.
Detto questo, bisogna anche riferire che i primi dati clinici resi noti mostrano un profilo di tollerabilità promettente e un’efficacia che potrebbe superare quella dei trattamenti convenzionali. Dati confortanti e promettenti che, se confermati nelle fasi successive della sperimentazione, potremmo portare a una rivoluzione copernicana nell’approccio terapeutico, con il passaggio dalla gestione for life della malattia cronica alla sua risoluzione genetica.
Del resto, nell’era della cronicità e delle sfide che essa pone a tutti i sistemi di welfare del mondo in termini di sostenibilità economica, l’idea di terapie che con una sola somministrazione risolvono forever malattie come il diabete non può che essere trasferita di peso dal cassetto dei sogni a quello delle prospettive da inseguire e perseguire, anche alla luce degli straordinari progressi della medicina di precisione e dello stesso gene editing. Progressi che, è il caso di ricordarlo, permettono di aprire nuovi scenari e di allargare lo sguardo dai trattamenti sulle malattie genetiche ereditarie (sulle quali la ricerca sulle terapie geniche è oggi prevalentemente focalizzata) anche a quelli per le patologie metaboliche. Forse, chissà, il futuro è molto più vicino di quanto crediamo.


