Da sanità digitale 1,4 miliardi di risparmi, ma pochi la conoscono

Da sanità digitale 1,4 miliardi di risparmi, ma pochi la conoscono

Roma, 11 settembre – Un risparmio di un miliardo e quattrocento milioni di euro per le sempre asfittiche casse della sanità pubblica italiana: è quanto potrebbe arrivare dalla  telemedicina, ovvero l’applicazione delle moderne tecnologie per la cura a distanza. Per quanto sia già una realtà in alcune Regioni, la telemedicina continua a essere una possibilità molto poco conosciuta: solo un italiano su tre dichiara di sapere bene in che consiste, nonostante quasi 9 su 10 ritengano utili le potenzialità dell’assistenza a domicilio attraverso pc, tablet o smartphone.
A fornire il quadro della percezione di questo importante strumento per il contenimento della spesa, sono i dati presentati a S@lute, il Forum della Sanità Digitale, apertosi ieri a Roma. Ideata da Aris (Agenzia di ricerche Informazione e Società) e Netics, si tratta della prima grande manifestazione nazionale interamente dedicata al tema della salute digitale e promuove il confronto tra istituzioni, cittadini, aziende e associazioni.
L’integrazione tra ospedale e territorio attraverso la telemedicina, secondo un’analisi Netics basata su dati del ministero della Salute, porterebbe alla riduzione del 5% delle giornate di ricovero dei pazienti acuti in ospedale, ognuna della quale ha un costo di circa 800 euro. Ma ridurrebbe anche del 10% le giornate trascorse dai pazienti in strutture di lungodegenza.
Tra la popolazione però la conoscenza della telemedicina è molto scarsa: in base a un’indagine statistica condotta su un campione di 4.500 persone, dichiara di sapere bene in che consiste solo il 31% degli italiani. Il 27% non ne ha mai sentito parlare, in mezzo una fascia di persone che ne sanno qualcosa ma hanno idee poco chiare.
Interesse e curiosità sono però diffusi. In molti, ovvero l’87%, percepiscono il potenziale risparmio di costi, ma anche di tempi di spostamento, che la possibilità del controllo a distanza delle condizioni del malato riduce drasticamente, in particolare nell’ambito delle malattie cardiache e respiratorie.
Ai lavori del Forum S@lute è intervenuta anche la titolare del ministero della Salute, Beatrice Lorenzin (nella foto), sostenendo che nel processo di digitalizzazione della sanità “non possiamo avere sempre l’alibi della mancanza delle risorse. Dobbiamo lavorare per ottimizzare quelle che abbiamo”.
“Abbiamo speso miliardi per informatizzare la sanità – ha aggiunto la ministra – ma ora abbiamo ospedali che non parlano fra loro”. Il risultato è una “sorta di Torre di Babele dove si parlano lingue diverse che non si riescono a comprendere”.
“Non siamo indietro con l’informatizzazione di singole aziende, ma le aziende non sono in rete fra loro, neanche nella stessa Regione, figuriamoci nel Paese”
 ha detto ancora Lorenzin. “Farle comunicare sarebbe un vantaggio per il sistema, con un risparmio di 7 miliardi, ma anche per il cittadino, perché migliorerebbe anche la qualità delle prestazioni”.
La parte normativa riguardo la digitalizzazione della sanità l’abbiamo fatta col Patto per la sanità digitale. Si tratta ora di calarlo sul territorio, l’aspetto sempre più complesso” ha poi spiegato la ministra. Il secondo step sarà quello di “usare la digitalizzazione per un’analisi qualitativa e quantitativa del servizio erogato: incrociare dati per individuare elementi di criticità nel singolo reparto, attraverso algoritmi che possono prevenire problemi economici ma anche qualitativi”. Applicandolo correttamente potrebbero in futuro “non esserci più Regioni in piano di rientro”.
Dopo un richiamo alla necessità, dovuta alla crescente diffusione tra i cittadini dell’uso di internet e delle nuove tecnologie per la salute, di predisporre e adottare anche per la sanità digitale sistemi di sicurezza e certificazione analoghi e quelli impiegati per le cure  “tradizionali” (“Quello della certificazione delle app sanitarie è un tema molto sentito”, ha sottolineato al riguardo Lorenzin), la ministra è tornata sul tema sempre caldo del conflitto di attribuzioni tra Stato e Regioni.
“La riforma delle riforme è quella del Titolo V, che più ha colpito le Regioni, negli ultimi anni, non solo nel settore della sanità ma anche del turismo e della formazione professionale” ha detto Lorenzin. “Dovremmo non smontarlo, ma rimetterlo a posto. La norma c’è, perché non rivederla dove non ha funzionato?”

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