Roma, 26 aprile – Non certo da oggi, uno dei tempi del dibattito politico nazionale riguarda le dinamiche dei rapporti fra Parlamento e Governo, che registrano da alcuni decenni la crescita del ruolo dell’esecutivo con una sostanziale condizione di subalternità del Parlamento, di cui è espressione anche la riduzione dei tempi del dibattito parlamentare. La questione – et pour cause, dal momento che la nostra architettura
costituzionale prevede un ruolo assolutamente centrale per le assemblee legislative, rappresentanti del popolo sovrano – è occasione di continue polemiche (anche vivaci, per usare un eufemismo) quasi sempre sollevate dai rappresentati di turno dell’opposizione contro quelli della maggioranza pro-tempore. Non sfugge ovviamente allo schema l’attuale Governo guidato da Giorgia Meloni (nella foto), accusato di aver fatto strame, fin dal suo insediamento, del ruolo e dei diritti di Camera e Senato, praticamente esautorandone il potere legislativo per impadronirsene di fatto ed esercitarlo insieme al potere esecutivo, abusando oltre misura dei decreti legge e del ricorso al voto di fiducia per approvarli.
È bene dire subito che le stesse accuse, a parti invertite, si sono levate con toni non meno accesi anche in passato. Si tratta di una questione molto più che rilevante per ogni cittadino, che voglia o meno esserne consapevole, e dunque non sembra inutile cercare di capire quale sia, se davvero esiste, la consistenza del fenomeno di “esautorazione” del potere legislativo del Parlamento. Aiutano a capirlo i dati della Fondazione Openpolis, organizzazione indipendente e non profit di data journalism attiva dal 2006 che trasforma i dati in notizie, analisi e campagne di mobilitazione civica, partendo dalla convinzione che proprio i dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Sull’ultimo numero di Numeri alla mano, rubrica settimanale di brevi notizie dove Openpolis.it affronta appunto argomenti riferiti a potere, politica, economia, territori e comunità locali per sintetizzarli evidenziandone i dati salienti (ma preoccupandosi anche di proporne i necessari approfondimenti in una serie di link), la Fondazione ha affrontato il tema Il Governo Meloni è il voto di fiducia. Mettendo in evidenza i dati che riportiamo qui di seguito, senza alcun commento: sono più che eloquenti di per sè.
Le questioni di fiducia poste dal governo Meloni dal suo insediamento sono 144. Quello dell’eccessivo ricorso da parte dei governi al voto di fiducia per velocizzare i tempi di approvazione e blindare i provvedimenti “è un aspetto critico non da oggi”, osserva opportunamente Openpolis. Tuttavia i numeri dell’attuale maggioranza sono particolarmente rilevanti. Nel solo 2026 i voti di fiducia sono già stati 10. Questi seguono in parte l’andamento della pubblicazione dei decreti legge: ne sono stati emanati 8 tra febbraio e marzo.
Il governo Meloni pone in media 2,67 voti di fiducia al mese: il dato è sostanzialmente identico a quello del governo Draghi (2,68), alle prese però con le drammatiche e urgenti necessità correlate alle fasi più concitate della pandemia Covid. È il valore più alto delle ultime 4 legislature.
I provvedimenti con doppio voto di fiducia sono stati finora 48. Si tratta di quei provvedimenti in cui i margini di intervento per i parlamentari sono ridotti al minimo. Gli ultimi approvati con questa modalità in ordine di tempo sono le leggi di conversione dei decreti bollette e Pnrr. Per quanto riguarda il Decreto Sicurezza di cui si è molto discusso in questi giorni, la fiducia è stata posta solo alla Camera. I senatori hanno avuto l’opportunità di presentare emendamenti, proprio come quello controverso sui sussidi per gli avvocati che aiutano i propri assistiti stranieri a espletare le pratiche per il rimpatrio volontario, “stoppato” dal Quirinale, con la conseguente necessità del Governo (non avendo più i tempi per emendare di nuovo il testo del provvedimento) di approvare in fretta e furia, subito dopo, un nuovo decreto correttivo per cancellare o modificare la norma sui rimpatri.
Dall’inizio della legislatura sono stati approvati 54 decreti omnibus su un totale dei 124 emanati dall’attuale governo. Si tratta di quei provvedimenti che affrontano contemporaneamente argomenti anche molto diversi tra loro, non coerenti con il fine originario e non necessariamente legati a situazioni emergenziali. Nella maggior parte dei casi nascono a seguito del passaggio parlamentare con la presentazione degli emendamenti. Si tratta di una pratica spesso censurata sia dal presidente della Repubblica che dalla Corte costituzionale.
I decreti legge decaduti perché non convertiti in tempo dal parlamento sono stati fin qui 11. È il secondo valore più alto delle ultime 4 legislature dopo quello del governo Draghi. Come è noto, i decreti dell’esecutivo devono essere convertiti in legge entro 60 giorni.


