Istat, tempi di lavoro (familiare e retribuito), il divario di genere più ampio è in Italia

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Roma, 28 settembre – Ecco un primato nazionale di cui non andare fieri: nel confronto europeo, l’Italia presenta il divario di genere più ampio sia nel tempo di lavoro familiare non retribuito sia nel tempo di lavoro retribuito. Per quanto riguarda il primo, il riequilibrio dei carichi familiari tra uomini e donne procede molto lentamente: il divario nel tempo dedicato al lavoro familiare, che nel 2003 era pari a 3 ore e 22 minuti al giorno nel 2003, si è ridotto a 2 ore e 27 minuti nel 2023.  Per arrivare a meno di un’ora di riduzione del gap che vede le donne accollarsi (volenti o no) un carico di lavoro più doppio di quello degli uomini (4 ore e 21 minuti contro 1 ora e 54 minuti), insomma, ci sono voluti 20 anni, durante i quali  il tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare non retribuito è diminuito di 37 minuti al giorno rispetto al 2003. Per contro, tra le occupate, è aumentato il tempo destinato al lavoro retribuito (+1 ora e 33 minuti alla settimana rispetto al 2003).

Questi i dati resi noti dall’Istat in una nota del 25 settembre dove spiega che la riduzione del divario di genere è avvenuta principalmente per effetto della contrazione del tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare, associata alla maggiore partecipazione delle donne al lavoro retribuito e favorita dalla diffusione di tecnologie ed elettrodomestici. Tuttavia, la diversa partecipazione al lavoro retribuito non spiega da sola il divario di genere: anche nelle coppie in cui entrambi i partner sono occupati, le donne svolgono ancora il 68,9% del lavoro familiare complessivo.

Le differenze di genere nel farsi carico del lavoro familiare, visibili già tra bambini e ragazzi (10 minuti nel 2023), si ampliano progressivamente con l’età e raggiungono i valori più elevati nelle età centrali, in cui si concentrano insieme i carichi di cura dei figli, la gestione della casa e la partecipazione al mercato del lavoro. Nel 2023, nella classe 45-64 anni, le donne dedicavano al lavoro familiare quasi 3 ore in più degli uomini (2 ore e 55 minuti). Nella fascia 25-44 anni il divario è poco inferiore (2 ore e 49 minuti). In questa fase della vita, il tempo dedicato al lavoro familiare dalle donne supera le 4 ore giornaliere, mentre quello degli uomini si attesta intorno all’ora e mezza.

Si tratta di dati eloquenti, che nel confronto con 12 Paesi europei (quelli che negli ultimi anni hanno condotto l’Indagine uso del tempo) distinguono l’Italia per una doppia asimmetria di genere che non ha eguali. La prima riguarda il lavoro retribuito: con il tasso di occupazione femminile tra i 15 e 64 anni del 52,5%, nel 2023 l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi dell’Unione europea, con una differenza di oltre 13 punti percentuali rispetto alla media (65,7%) e con un divario di genere tra i più ampi (-17,9 punti percentuali rispetto agli uomini). Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni (+6,3 punti percentuali rispetto al 2013), comunque più contenuti rispetto alla maggior parte degli altri Paesi, i livelli occupazionali delle donne rimangono significativamente inferiori a quelli degli uomini (Fonte Eurostat, Labor Force Survey). Coerentemente con i ridotti tassi di occupazione femminili, le donne di 15 anni e più in un giorno medio settimanale dedicano al lavoro retribuito 1 ora e 48 minuti, il valore più basso tra i Paesi osservati; l’Italia mostra, inoltre, il divario di genere più ampio nel lavoro retribuito: gli uomini vi dedicano 1 ora e 40 minuti in più delle donne, davanti alla Serbia (1 ora e 25 minuti).

La seconda asimmetria riguarda il lavoro familiare femminile (donne di 15 anni e più, esclusi gli aiuti ai familiari non conviventi), con il valore più alto tra i Paesi osservati: 4 ore e 15 minuti al giorno. Il risultato è un divario di genere nel lavoro familiare di 2 ore e 26 minuti, quasi il triplo di quello registrato nei Paesi nordici: in Norvegia e Finlandia la differenza tra uomini e donne si ferma rispettivamente a 49 e 50 minuti.

Nei Paesi dove l’asimmetria nel lavoro familiare è inferiore a un’ora, come gli appena citati Norvegia e Finlandia, ai quali vanno aggiunti i Paese Bassi, o comunque è appena superiore ai 60 minuti (Germania ed Estonia), si registra una  maggiore presenza femminile nel lavoro retribuito: le donne lavorano più ore fuori casa e meno in casa. Il riequilibrio dei carichi familiari, tuttavia, non passa necessariamente da un maggiore impegno femminile nel lavoro retribuito: in Germania, ad esempio, le donne dedicano mediamente al lavoro retribuito 1 ora e 59 minuti al giorno, non molto di più delle italiane (1 ora e 48 minuti), mentre gli uomini dedicano al lavoro familiare 2 ore e 10 minuti, contro 1 ora e 49 minuti degli uomini italiani: il minor divario si spiega quindi soprattutto con il maggiore contributo maschile, non con un aumento sostanziale delle ore di lavoro retribuito femminile.

La conclusione dell’Istat è che – guardando al al lavoro totale (retribuito e familiare) – la situazione italiana è la più sfavorevole per le donne, che fanno molto più lavoro familiare degli uomini e molto meno lavoro retribuito, vedendosi contemporaneamente penalizzate in termini di autonomia economica e condivisione dei carichi domestici.

Si tratta di dati che testimoniano l’evidente ritardo del nostro Paese, che fa molta fatica (tanto da non riuscirci se non molto parzialmente) a sanare uno squilibrio che pagano soltanto le donne. Più che riflessioni, servirebbero politiche adeguate a sostegno della condizione femminile, che però, quale che sia la maggioranza di governo di turno, non arrivano o – se e quando arrivano – si rivelano sempre del tutto insufficienti.

La questione, in tutta evidenza di rilevanza centrale per l’intero Paese e le sue sorti, riguarda molto da vicino anche la professione farmaceutica, dove su 105.000 iscritti all’Albo professionale sono donne più di 72mila (dati 2024). Professioniste che – come ebbe modo di evidenziare due anni fa il presidente della Federazione professionale in occasione della Festa dell’8 marzo, “ogni giorno svolgono un’indispensabile attività sul territorio, negli ospedali, nei settori della ricerca e dell’industria, riuscendo ad affermarsi per competenza, determinazione e per la peculiare inclinazione a entrare in relazione empatica con i pazienti. Un valore per la nostra professione, che si unisce alla grande capacità delle donne di riuscire a contemperare le esigenze familiari con quelle lavorative”.

Un riconoscimento opportuno perché assolutamente meritato, che sarà anche suonato lusinghiero alle orecchie delle interessate. Il problema è che, purtroppo, le parole – per sincere e sentite che siano – non spostano di una virgola la penalty condition delle donne nel nostro Paese. Servirebbe altro, ed è su questo “altro” che bisognerebbe concentrarsi e impegnarsi, a ogni livello e in ogni situazione (come il rinnovo, solo per fare un esempio, di un contratto di lavoro), per fare sì che l’Italia si schiodi finalmente dall’ultima sconfortante posizione di Paese con il divario di genere più ampio sia nel tempo di lavoro familiare non retribuito sia nel tempo di lavoro retribuito.

Forse non è percepita come tale (perché moltitudini di italiani pensano che tanto le donne – sempre loro – alla fine ci metteranno comunque una pezza), ma si tratta di un’emergenza. E sarebbe finalmente ora di affrontarla. 

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