Studio Crea, da un eurospeso in farmaci, Statoincassa 24 centesimi

Studio Crea, da un eurospeso in farmaci, Statoincassa 24 centesimi

Roma, 10 settembre – Un euro speso in farmaci, in realtà, costerebbe allo Stato “solo” 76 centesimi, ovvero un quarto in meno. È quanto emergerebbe dal rapporto Un caso di studio sulla valutazione degli impatti generati dalle aziende farmaceutiche in una prospettiva pubblica, redatto dal Crea Sanità, il Centro studi dell’Università di Roma Tor Vergata, sulla base del case study di Novartis Italia, uno dei giganti  della farmaceutica mondiale (43,6 mld di fatturato nel 2014.
Il sensibile risparmio scaturisce da valutazioni dell’impatto della spesa farmaceutica sulla finanza pubblica  effettuate partendo da altre prospettive, ad esempio quella del cost avoidance,  ovvero i “mancati costi” per il Ssn generati su più fronti dall’industria farmaceutica, che in pratica per ogni euro di spesa farmnaceutica, finirebbero per “restituire” allo Stato quasi 24 centesimi.
I risparmi  – secondo quanto riferisce in anteprima  Il Sole 24 ore in un articolo pubblicato ieri – possono arrivare dalle sperimentazioni cliniche, dal versamento dell’Iva, dagli sconti obbligatori che le aziende sono chiamate ad effettuare e dai risparmi che derivano dall’accesso ai generici e ai biosimilari.
“Nella valutazione delle politiche pubbliche “spiega Federico Spandonaro, presidente del Crea – non sempre è adeguatamente considerato che gli interventi tesi al contenimento della spesa sanitaria, nello specifico farmaceutica, hanno effetti netti inferiori a quelli che in prima battuta sono attesi: vuoi per effetto del minor gettito fiscale che generano, vuoi per le regole per la governance del settore, a partire dal pay back.”.
La case history  studiata dal Crea riguarda appunto i prodotti Novartis (brand e generici), per acquistare i quali il nostro Ssn ha speso 1,2 miliardi nel 2014, il 7% della spesa farmaceutica lorda. Nel contempo, però,  lo Stato ha incassato un ritorno economico di quasi 300 milioni: tra compartecipazioni dei cittadini (117 milioni), contributi dell’azienda (payback e “rimborsi condizionati” per 50,7 milioni), Iva sui farmaci (168 milioni), Iva detraibile (2,2 milioni) e imposte correnti (73,5 milioni).
A queste voci vanno aggiunti  i risparmi per circa 72 milioni (per un totale di quasi 180 negli ultimi tre anni) per l’impegno dell’azienda nelle sperimentazioni cliniche condotte nelle strutture pubbliche, dal momento che parte dei costi assistenziali relativi ai pazienti arruolati nei trials sono a carico dell’industria. E nel conto rientrano anche  oltre 184 milioni di possibili economie permesse dall’offerta di farmaci equivalenti e biosimilari.
Insomma, conclude lo studio, “l’impatto effettivo netto sulla finanza pubblica risulta essere del 24-30% inferiore (a seconda delle voci che si ritiene di voler considerare) a quello desumibile dall’analisi della spesa pubblica lorda, senza considerare eventuali “meriti” che si ritenga siano attribuibili all’industria per la produzione di farmaci off patent. L’effetto finanziario è complessivamente rilevante e l’elaborazione condotta sottolinea come, nella formulazione e valutazione delle politiche sanitarie, sia importante tenere conto dei rischi di sovrastima dei benefici delle politiche di contenimento della spesa.”

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