Da ricerca italiana nuova molecola, può limitare del 50% i danni da ictus

Da ricerca italiana nuova molecola, può limitare del 50% i danni da ictus

Roma, 21 ottobre – Buone notizie dalla ricerca italiana: un gruppo di ricercatori diretti da Tiziana Borsello,  dell’Istituto Mario Negri/Dipartimento di farmacologia dell’Università di Milano, in collaborazione col team di ricerca di Alessandro Vercelli, direttore del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO) dell’Università di Torino, ha  sintetizzato un farmaco che, su animali di laboratorio, ha dimostrato di essere in grado di proteggere il cervello fino a sei ore dopo il verificarsi di un ictus e di ridurne del 50% il danno cerebrale.
Lo studio dei ricercatori italiani è stato pubblicato su Cell Death and Disease.
Il cervello, come ogni altro organo del corpo – spiegano gli autori della ricerca – necessita di nutrimento e ossigeno per funzionare. Tali sostanze vengono trasportate attraverso i vasi sanguigni e, quando il sangue diretto al cervello è bloccato, si verifica un’ ischemia cerebrale, che genera la progressiva morte dei neuroni.
Partendo dalla proteina denominata MKK7, che ha un ruolo importante nel determinare la morte dei neuroni a seguito di un attacco ischemico cerebrale, i ricercatori hanno sintetizzato un suo inibitore specifico, chiamato GADD45Beta. Impiegandolo su modelli animali, hanno potuto verificare che esso può consentire una riduzione del danno del 50%, grazie all’effetto protettivo che è in grado di esercitare anche sei ore dopo l’infarto cerebrale.
“Attualmente non ci sono trattamenti farmacologici approvati per il trattamento dell’ictus ad eccezione dell’Attivatore tissutale del plasminogeno (rT-PA) che ha caratteristiche che ne limitano l’efficacia – commenta Borsello – quindi il nuovo composto rappresenta un buon risultato”.
“Con le dovute verifiche, passando per la sperimentazione clinica – aggiunge Vercelli – questa potrebbe rappresentare una prospettiva nuova in grado di ridurre significativamente i volumi d’infarto cerebrale e di conseguenza anche i deficit, con maggiori possibilità di recupero per i pazienti.”

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