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sabato 14 Febbraio 2026
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Industria del farmaco in salute? Sì, ma c’è anche chi licenzia…

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Roma, 10 novembre – Da una parte c’è Farmindustria, che non perde occasione per enfatizzare il ruolo decisivo del settore farmaceutico per la ripresa dell’asfittica economia nazionale, sottolineando in particolare il contributo prodotto in termini di occupazione (come segnalato ieri dal nostro giornale, la sigla delle aziende del farmaco parla di 5000 assunzioni mila assunzioni soltanto nell’ultimo anno, di cui la metà under 30).

Dall’altra, ci sono le notizie in ordine sparso relative a situazioni di difficoltà che costringono le aziende del farmaco a licenziare; l’ultima riguarda Boehringer Italia che – in coerenza con la drastica riduzione del personale entro il 2016 annunciata dal quartier generale in Germania, secondo quanto riferisce il Corriere della Sera avrebbe già inviato 176 lettere di licenziamento ad altrettanti dipendenti (in prevalenza colletti bianchi e collaboratori scientifici) della sede milanese di via Lorenzini.

I motivi, spiega una nota dell’azienda, “sono collegati ai forti tagli della spesa sanitaria e in particolare alla criticità della divisione Prescription Medicine da cui dipende il 75% del fatturato: negli ultimi anni, ha registrato un forte calo”.

Ma scricchiolii sinistri arrivano anche dall’americana Pfizer, tutta concentrata a rincorrere il merger del secolo, la fusione con l’irlandese Allergan, anche allo scopo di godere di un regime fiscale decisamente più vantaggioso dell’attuale con la domiciliazione della sede a Dublino. I fondati timori di molti osservatori è che la “riorganizzazione” aziendale che certamente ne deriverebbe costerebbe svariate migliaia di posti di lavoro in tutto li mondo, Italia inclusa.

Per tacere di Glaxo, che a Verona ha già annunciato la mobilità di 60 dipendenti e della Abbot-AbbVie di Latina, che – riferisce sempre il Corriere della Sera – ne licenzierà 27.

Insomma, le magnifiche sorti e progressive dell’industria farmaceutica sembrano essere meno magnifiche e meno progressive di quanto dicano i dati che, da almeno un anno, Farmindustria non perde occasione di diffondere. Dati che parlano di trend di crescita dei livelli occupazionali (confermata, secondo gli industriali, anche nella prima metà del 2015, con un + 1%), di incremento degli investimenti in R&S (10% in più circa, secondo le prime stime) e della produzione (6%, che surclassa il +1% registrato dal comparto industriale nel suo complesso), grazie soprattutto a un export che ha messo il turbo, con una crescita dell’8% (che arriva al 13% per i vaccini).

Va bene che la realtà è sempre molto più complessa degli schemi narrativi utilizzati per raccontarla, ma qualcosa non torna. Da una parte c’è la plastica raffigurazione di un comparto-locomotiva, per altro premessa per comprensibili e circostanziate richieste a governo e istituzioni: “Se questo Paese non darà accesso e risorse all’innovazione, le imprese del farmaco pagheranno le conseguenze” è il warning lanciato al Governo dal presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi appena tre giorni fa. “Gli investimenti ci saranno se ci sarà acceso all’innovazione”.

Dall’altra parte, all’opposto, ci sono i licenziamenti. Due facce opposte della realtà: segnalarle entrambe è a dir poco doveroso.

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