Progetto Hand su Hcv e tossicodipendenze, Mandelli: “Anche farmacie e farmacisti risorsa da sfruttare”

Progetto Hand su Hcv e tossicodipendenze, Mandelli: “Anche farmacie e farmacisti risorsa da sfruttare”

Roma, 5 dicembre – La rete delle farmacie italiane e i professionisti che vi operano come risorsa stategica sul territorio per trasmettere ai quattro milioni e mezzo di cittadini che mediamente entrano ogni giorno in questi presidi informazioni e messaggi importanti sulla salute, indirizzati in particolare alla prevenzione.

A ricordare le (ancora) sottoutilizzate potenzialità dei farmacisti delle farmacie di comunità, dei quali è nota la capacità di “avere un rapporto privilegiato con il cittadino”,  è stato il presidente della Fofi Andrea Mandelli (nella foto), intervenendo il 3 dicembre al convegno La gestione dell’Hcv in pazienti consumatori di sostanze, tenutosi nella Sala degli Atti parlamentari in Senato.

Mandelli, facendo riferimento alla legge sulla farmacia dei servizi e alla possibilità reale di coinvolgere i farmacisti in campagne informative, ha evidenziato come la prossimità del farmacista e la sua accessibilità per più di 8 ore al giorno, unica rispetto anche ad altri professionisti della salute,  “è fondamentale quando il cittadino ha nell’immediatezza un dubbio o un’angoscia che lo porta a decidere di varcare la soglia della farmacia. In quel momento il cittadino ha un primo contatto con un professionista, in grado di dargli una prima risposta e un primo sollievo”.

La farmacia, avamposto di salute nel vivo del territorio, è anche il primo riferimento per i tossicodipendenti, per i quali “il farmacista può essere un primo approccio importantissimo da un punto di vista informativo” ha osservato Mandelli, riferendosi al tema dell’incontro, centrato appunto sulle iniziative di contrasto alla diffusione dell’Hcv nei pazienti consumatori di sostanze. Dal presidente della Fofi è anche arrivato il richiamo  a un impegno sinergico di tutti gli operatori sanitari,  “sfruttando ciò che è previsto dalla legge per portare avanti un progetto formativo che possa essere una risposta a una delle tante problematiche del Paese”.

In Italia, secondo le stime emerse da uno studio aggiornato a novembre 2019 condotto da Loreta Kondili, ricercatrice dell’Istituto superiore di sanità,  ci sono circa 280mila pazienti con virus da epatite C (Hcv) ancora da diagnosticare: 146mila di questi avrebbe contratto l’infezione attraverso l’utilizzo anche pregresso di sostanze stupefacenti, 80mila mediante il riutilizzo di aghi da tatuaggi o piercing e 30mila attraverso trasmissione sessuale.
Il progetto Hand (acronimo per Hepatitis in addiction network delivery) che ha permesso di “misurare” nel vivo della realtà la relazione tossicodipendenze-Hcv: grazie alla distribuzione di  2.500 test rapidi nei Ser.D. coinvolti, sono aumentati del 20% gli screening sui tossicodipendenti con epatite C e si stima che circa 1.000 pazienti potranno essere inviati ai centri di cura.

Hand (patrocinato da quattro società scientifiche, Simit, FeDerSerD, Sipad e Sitd) ha coinvolto i Servizi per le dipendenze e i relativi Centri di cura per l’Hcv di sette 7 città italiane (Roma, Milano, Torino, Bari, Modena, Caserta e Catanzaro). Il progetto si è articolato in diverse fasi: campagna informativa su oltre il 90% dei Ser.D. nazionali, con 16mila materiali divulgativi; campagna di screening con 2.500 test salivari rapidi distribuiti; programma formativo multidisciplinare con più di 300 operatori sanitari coinvolti.

Obiettivo primario  del progetto, sottolineato dal past president di FeDerSerD (Federazione italiana degli operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle dipendenze Pietro Fausto D’Egidio, è quello di migliorare i risultati dello sforzo condotto in Italia per curare i malati di epatite C concentrandosi sui malati tossicodipendenti, uno dei più grandi serbatoi di infezione e quindi anche di trasmissione di infezione nel nostro Paese. “Per motivare pazienti di questo tipo ritengo fondamentale un approccio multidisciplinare” ha affermato D’Egidio al riguardo “con strutture integrate e coordinate tra i vari attori, che in esse devono agire per fare la diagnosi, avviare alla cura e creare meno ostacoli possibili al paziente, che di per sé vive già una vita difficile, fuggendo dalle sue responsabilità. Per eliminare per quanto possibile l’infezione da Hcv nella popolazione dei tossicodipendenti” ha concluso il presidente di FeDerSerD “ci vuole allora esattamente il lavoro che sta facendo oggi Hand in collaborazione con le società scientifiche, promuovendo una sensibilità all’interno di ogni nucleo di lavoro, dai Ser.D. ai centri di cura”.

Un obiettivo che può essere centrato solo con un approccio multidisciplinare, intragrando le attività svolte all’interno dei Servizi per le dipendenze con quelle dei centri di cura, ai quali spetta il compito di affinare la diagnosi iniziale di screening fatta dai Ser.D. (anche con test rapidi salivari) e, laddove necessario, far accedere i pazienti a terapie specifiche, come ha ricordato Claudio Leonardi, presidente della Sipad (Società italiana Patologie da dipendenza). “Un approccio multidisciplinare è l’essenza della valutazione diagnostica, a maggior ragione in una malattia multifattoriale come la tossicodipendenza” ha detto Leonardi,  spiegando che questa è appunto la “chiave” del progetto Hand, con il coinvolgimento di “medici, psicologi, psichiatri, educatori e infermieri che intervengono nei vari percorsi che allestiamo nei nostri servizi”.

“Hand è certamente un progetto innovativo” ha evidenziato il presidente della Sitd (Società italiana Tossicodipendenze) Luigi Stella,perché per la prima volta ha collegato i Servizi per le dipendenze ad altri settori della sanità, come l’infettivologia e la gastroenterologia. In questo modo i pazienti, una volta diagnosticati nei Ser.D., dove c’è un’alta incidenza della malattia dell’epatite C, vengono indirizzati ai Centri di cura specializzati per ricevere il trattamento con i nuovi farmaci. E vale davvero la pena sottolineare questa straordinaria innovazione che stiamo vivendo dal punto di vista della farmacologia perché oggi con i nuovi farmaci è possibile guarire dall’epatite C”.

Sulle cifre delle “vittime” dell’Hcv ancora inconsapevoli di essere contagiate è voluto tornare il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri. “L’associazione dei pazienti indica 130-140mila persone che non sanno di avere l’epatite C,  ma altri studi ne individuano 300mila. Si tratta di capire, prima di tutto, qual è il numero reale, perché è differente stanziare risorse per il trattamento di 150mila o 300mila pazienti” ha detto Sileri. “La prima cosa da fare, quindi,  è affidare uno studio all’Istituto superiore di sanità, affinché ci dia una stima realistica sulla previsione di spesa a cui andiamo incontro”.

Stabilita qual è la realtà cui fare fronte, si potrà procedere a “investire i fondi per i singoli individui, per i test ma non solo” ha quindi affermato il viceministro, sottolinenado come i fondi siano necessari anche “per la formazione dei medici e del personale sanitario, per individuare coloro che potrebbero avere bisogno. Quando apprendo che circa i due terzi dei pazienti che afferiscono al Ser.D. non hanno fatto il test, non va bene. È lì che devono andare le risorse. Quello è il serbatoio dove possiamo scovare coloro che hanno la malattia”.

Anche perchè, ha sottolineato Sileri,  “quelli sono i pazienti che più sfuggono al controllo, i più delicati. Per questo serve una formazione degli operatori sanitari sia nel pre che nel post. È un investimento, non una spesa. Se non consideriamo la sanità come silos” ha concluso il viceministro “quello che si risparmia oggi, lo si risparmia per trent’anni. Dobbiamo scovare il sommerso”.

 

 

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