Orlando (Pd): “Basta Regioni, la sanità va ricentralizzata”. M5S d’accordo, no di Salvini

Orlando (Pd): “Basta Regioni, la sanità va ricentralizzata”. M5S d’accordo, no di Salvini

Roma, 3 aprile – La Sanità deve ritornare di competenza dello Stato, basta con le Regioni. A rilanciare la proposta è un autorevole esponente del Pd, Andrea Orlando (nella foto) in un’intervista al quotidiano La Stampa pubblicata ieri: “Dopo la crisi bisognerà iniziare a ragionare, traendo una lezione da quanto successo e pensare se sia il caso di far tornare in capo allo Stato alcune competenze come la sanità” ha dichiarato il numero due del Pd, riaprendo una questione mai sopita e della quale si discusse molto, all’epoca del referendum costituzionale su cui Matteo Renzi, allora premier, puntò molte fiches del suo destino politico.

Anche allora il riaccentramento in tema di tutela della salute  fu argomento per discussioni incandescenti. La riforma della Carta di Renzi, in effetti, prevedeva un intervento in materia, ma non era del tutto chiaro se la sua proposta  preludesse davvero a una “reconductio ad unum” delle competenze in sanità nelle mani dello Stato o lasciasse invece nella sostanza le cose come stavano o stanno, con l’affidamento al  livello di governo centrale delle “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare” per lasciare alle Regioni “programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali”, che peraltro tutto sono fuorché poco. Sul punto fecero a cornate all’epoca anche eminenti costituzionalisti, senza però che venisse del tutto sciolto il dubbio se la riforma renziana perseguisse un vero ritorno delle politiche sanitarie nelle mani del governo centrale oppure fosse, almeno sul punto, una specie di gattopardata. A spazzar via ogni dubbio, come si ricorderà, intervenne il voto popolare.

Ora Orlando (che è politico di spessore, oltre che autorevole) riapre la questione, e lo fa in un momento topico. “Con 20 Regioni che parlano 20 lingue diverse  credo sia necessario riconsiderare l’ipotesi della clausole di supremazia previste dalla riforma del 2016, ovvero di un ritorno delle competenze sanitarie allo Stato centrale” ha detto il vicesegretario dem al quotidiano torinese, ritenendo  inaccettabile che “a seconda della qualità del sistema regionale che trovi, rischi di avere una speranza di vita differenziata. Ciò crea seri problemi di carattere costituzionale, il principio di eguaglianza salta”.

Le reazioni non sono mancate: la prima, immediata, è stata quella di Matteo Salvini. Il segretario leghista (e magari quanti stramaledicono la riforma del Titolo V e vorrebbero tornare indietro farebbero bene a ricordarsene) ha sparato a palle incatenate sulla proposta dell’esponente dem: “Quando il vicesegretario del Partito democratico dice la prima riforma che faremo dopo il virus è ricentralizzare tutta la sanità nelle mani dello Stato, non sa quello che dice” ha detto il leader del Carroccio, secondo il quale la verità è che se gli ospedali di tutta Italia, durante l’emergenza Covid,  “avessero dovuto aspettare o dovessero aspettare le forniture, i materiali, il supporto dello Stato, staremmo parlando di qualcosa di molto, molto, molto peggiore“.  L’autonomia dei poteri locali, insomma, non si tocca, e anzi i sindaci e i governatori, per Salvini, devono essere lasciati liberi di fare il proprio lavoro.

Orlando sa benissimo che la risposta di Salvini è solo un assaggio del fuoco di sbarramento che la sua proposta è destinata a incontrare: la grandissima parte del bilancio delle Regioni (che una stima  generalmente condivisa indica pari a circa il 70%)  è assorbita dalla sanità. Ne consegue che togliere la sanità alle Regioni equivale più o meno a svuotarle, a smantellarne ruolo e funzioni, lasciandole al più (come sostengono alcuni valenti costituzionalisti) come centri di programmazione e spesa dei fondi comunitari, attribuzioni necessitate ai sensi dei vincoli normativi europei.  Non è un caso che la riforma sanitaria del 1978  (arrivata ben prima della modifica del Titolo V…) fosse in buona sostanza tutta centrata sulla regionalizzazione della sanità.

Non meraviglia, dunque, la prima reazione arrivata da un presidente regionale, Luca Ceriscioli delle Marche: “Il quadro delle regole è identico in tutta Italia, poi ogni Regione si organizza in maniera autonoma. Il vero problema della sanità pubblica non è la centralizzazione delle competenze, ma il definanziamento a cui è  sottoposta anno dopo anno” ha tagliato corto il presidente marchigiano commentando la proposta di Orlando e ricordando che “l’incidenza della spesa sanitaria è calata in termini reali a un punto critico nel rapporto con il Pil, come confermano diverse fonti autorevoli”.

Ceriscioli ha quindi ricordato come il verbo “ricentralizzare” in generale non porti bene, ricordando che  il governo, nel quadro della riforma dei servizi per il lavoro, “avrebbe voluto centralizzare la gestione dei centri per l’impiego. Tergiversò per un anno,  un anno in un limbo e poi la riorganizzazione è stata affidata alle Regioni”. Evidente il significato dell’esempio portato dal presidente delle Marche: “Se lo Stato non riesce a gestire i centri per l’impiego, come riuscirà a prendere in mano la sanità? La gestione di questo settore non la fanno i direttori” conclude Ceriscioli “al contrario è fatta di prossimità, di rapporti continui, di relazioni sul territorio: come si potrà gestire tutto questo da Roma?”

Insomma, se davvero il vicesegretario del Pd, e il suo partito con lui, vuole combattere questa battaglia, bisogna che si attrezzi bene  e trovi molto più consenso di quello di cui sembra disporre attualmente. Perché una cosa è certa: non sarà davvero (la battuta è scontata, ma inevitabile…) una passeggiata di salute. Orlando, però, almeno sul punto delle pressoché certe reazioni negative delle Regioni, fa mostra di non preoccuparsi più di tanto, almeno al momento: “Non penso sia una discussione che si debba fare con i governatori, che appaia come frutto di una pagella alle Regioni” ha dichiarato a La Stampa “ma un discorso di sistema da fare con calma dopo”.

In ogni caso, sulla stessa linea di Orlando si è schierato il M5S, che ha già presentato un disegno di legge per modificare il Titolo V della Costituzione, prima firmataria la senatrice Paola Taverna, che persegue l’obiettivo di affidare allo Stato un ruolo più ampio e preminente in materia di tutela della salute, restringendo per contro la sfera di competenza delle Regioni.  A confermare la scelta del Movimento è stato lo stesso leader politico di M5s, Vito Crimi, intervistato ieri ad Agorà, l’appuntamento quotidiano con il racconto della politica e le notizie di Rai3. Alla domanda su cosa pensasse della proposta di riportare in capo allo Stato la competenza della Sanità, Crimi ha appunto risposto citando il disegno di legge di cui si è appena detto,  finalizzato appunto “a togliere la tutela della salute dall’articolo 117 della Costituzione e riportarla in capo allo Stato. Le Regioni stanno dimostrando la differenza di trattamento. Alcune Regioni stanno dando risposte ottime, altre no”.

Tra le prime,  Crimi ha indicato Emilia Romagna e Veneto, tra le seconde la Lombardia: “La Regione Lombardia è indicata come una Regione che ha una sanità di eccellenza e sta faticando a dare risposte e ricordo che un presidente che ha guidato la Regione per quattro mandati è stato condannato per tangenti nella sanità“.

 

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